Il capitano lascia dopo dieci anni il Nucleo tutela dei carabinieri. Inchieste e aneddoti Napoli. Il capitano dei carabinieri Carmine Elefante, comandante per dieci anni del Nucleo tutela patrimonio culturale della Campania, va via. Per lui un nuovo incarico a Milano. Capitano, quale è stata l'indagine più delicata e importante che ha condotto? «Quella sui Girolamini. Una libreria devastata, migliaia di preziosi volumi trafugati ma anche un intervento, quello dei carabinieri, che ha salvato uno dei più grandi patrimoni della città». Cosa avvenne? «Tutto cominciò con due articoli del professor Tomaso Montanari sul Corriere del Mezzogiorno. Determinante però fu la denuncia dei custodi del complesso, fratello e sorella, che ci fornirono molto materiale di prova. Al suo arrivo, il nuovo direttore Massimo Marino De Caro, vietò agli studiosi di entrare nelle stanze più importanti. Questo destò i primi sospetti. Il secondo indizio fu quello che De Caro venne sorpreso più volte ad armeggiare in strani orari intorno agli scaffali. Inoltre furono notati molti vuoti nelle collezioni». E allora, cosa successe? «Piergianni Berardi, uno dei custodi, riuscì a creare un ponte video tra le telecamere che sorvegliavano la biblioteca e il suo computer. Quindi da casa poteva vedere tutto quello che accadeva». Cioè cosa? «De Caro prendeva libri aiutato anche da altre persone. Riempiva scatoloni, In qualche frangente oscurava le telecamere con un pezzo di stoffa». Allora ci fu il vostro intervento? «Il primo impatto fu devastante. Ci sono voluti tre giorni e due notti per valutare l'ampiezza dello scempio. Ricordo che per un giorno intero visionammo i filmati. Poi ci fu il sequestro della biblioteca e potemmo toccare con mano quanto era accaduto. Fu impressionante soprattutto entrare nella sala Vico. Ampi spazi vuoti sugli scaffali e sui quattro tavoloni che arredano la sala centinaia di volumi aperti e strappati. Notammo subito che da quelli più antichi mancavano le pagine miniate, le incisioni. Ma capimmo anche che il fenomeno era molto più vasto. I Girolamini hanno molte piccole sale. E dentro vi trovammo centinaia di scatoloni pieni di libri. Per potervi accedere dovemmo allargare il sequestro alle stanze esplorate di volta in volta». Si conosce il numero dei libri trafugati? «Impresa impossibile. Primo perché non esiste un indice moderno e poi perché fino a qualche decennio fa chiunque poteva entrare nella biblioteca e appropriarsi dei volumi. Molte sparizioni risalgono agli anni Ottanta, quando nel complesso furono ospitati gli sfollati del terremoto. E dopo c'è stato qualche furto da parte di dipendenti disonesti». Quanti libri avete riportato a casa? «Migliaia. La maggior parte trovati nei depositi riconducibili a De Caro a Verona. Altri in alcune case d'asta tedesche». Non sapevano che erano rubati? «Ovviamente dicono di no, però è chiaro che se qualcuno mi vendesse un antico volume con un taglio sul frontespizio per togliere via il marchio di provenienza, qualche dubbio a me verrebbe». E voi come avete fatto a capire che erano libri dei Girolamini? «Con l'aiuto di molti studiosi abbiamo imparato a riconoscere i volumi trafugati. Per esempio quelli che provengono dal fondo Valletta hanno tutti da pagina 101 e poi di cento in cento, una scritta a penna in basso. Altri hanno il timbro della Madonna della Vallicella. Ognuno ha il suo stratagemma per essere riconosciuto. Altri hanno semplici targhette ex libri. Ancora oggi recuperiamo i volumi dei Girolamini grazie a questi espedienti. Sei soltanto negli ultimi mesi». E quello più prezioso che ancora manca? «Il manoscritto de L'Utopia di Tommaso Moro». Quello dei libri antichi è un traffico fiorente? «Sì, basta pensare alle tante biblioteche antiche che Napoli possiede, agli archivi, alle fondazioni private. Ultimamente ci siamo occupati del furto alla libreria degli educandati femminili. Però l'archeologia è di gran lunga l'affare più fiorente per la criminalità. In questi dieci anni i carabinieri hanno recuperato ben 25 mila reperti». E da dove venivano? «I tombaroli. Esistono ancora e non sono più le bande di una volta. Bensì organizzazioni che possono contare su geologi, archeologi, esperti di traffico internazionale e di una fitta rete di operatori di mercato. E anche su persone che falsificano le bolle di spedizione» C'entra la camorra? «Non direttamente. Ci sono stati boss con la passione dell'archeologia ma il più delle volte i clan si limitano a controllare ciò che viene fatto sul proprio territorio, avendone magari una parte dei profitti». Ma dove si trovano questi reperti? «La leggenda metropolitana vuole che molti edifici in Campania siano stati costruiti con i proventi di ciò che si trovava nel cantiere di scavo per le fondamenta. Soprattutto in molte zone stabiesi». Libri senza indice, reperti sconosciuti allo Stato. Lavoro difficile? «Abbastanza. Però proviamo a sfilare la matassa dal basso». Cioè? «Dai tombaroli. Quando operano lasciano tracce ben precise. Lavorano con dei lunghi spilloni con cui sondano il terreno. Quando la punta tocca qualcosa di duro ne prelevano un pezzetto. Se è tufo o ceramica tornano e scavano. Se è roccia lasciano stare. Abbiamo fatto centinaia di appostamenti notturni. Le zone più battute sono quelle del Casertano e dell'area stabiese. Poi Montesarchio. Di meno quelle vicino a Pompei». Come mai? «Perché è un'area già sfruttata. Nonostante questo due anni fa scoprimmo una masseria di fronte al sito archeologico nel cui giardino c'era un vero cantiere di scavo. I tombaroli avevano trovato una villa romana. E avevano cominciato a portare via gli affreschi. Con un lavoro da esperti». E i reperti trafugati dove li trovate? «Molti finiscono in musei privati di oltre oceano, che in qualche caso sono anche committenti. Altri da antiquari e ricettatori europei. Molti vasi, certo. Ma le opere più ricercate sono quelle in bronzo. Nel caso della masseria di Pompei abbiamo recuperato millecinquecento reperti per un valore di tre milioni di euro». C'è un rimpianto, qualcosa che non siete riusciti ancora a portare a casa? «Sì, il Doriforo. La copia romana della celebre opera di Policleto, esposta nel 1980 a Monaco di Baviera all'Antikenmuseum, ma per il clamore suscitato, subito restituito ai procacciatori clandestini che lo avevano trovato in uno scavo a Stabia. Ricomparve a Minneapolis, al Minnesota Museum of Art nel 1986, ma anche da qui scomparve in fretta. Ogni tanto compare in qualche mostra clandestina ma sparisce poi prima che riusciamo a trovarne le tracce. Misura quasi due metri di altezza. Una statua bellissima. Pare sia stata trovata dai tombaroli nell'antica Stabiae, forse nella zona del ponte di Varano di Gragnano. Ha un incommensurabile valore. Auguro a che mi seguirà di riportarla in Campania».