Com'era prevedibile, si sono già molto attutite, dopo il sisma umbro-laziale del 24 agosto, le grandi emozioni delle prime settimane, la frenetica attività mediatica, i grandi e impegnativi discorsi di commento e di suggerimenti o idee programmatiche e tutto il contorno che la dittatura dell'attualità genera nella vita di ogni giorno. La drammatica urgenza riconosciuta ai problemi del post-sisma, diventata in quei giorni una parola d'ordine nazionale, si è quasi insensibilmente trasformata in una questione di ordinaria pubblica amministrazione: una, più o meno, fra le altre. La visita del Papa alle tendopoli di Amatrice è stata quasi una pia consacrazione del calare del sipario sulla parola d'ordine dell'urgenza, e la successiva intervista di Vasco Errani, commissario per la ricostruzione, a Tg 1-Unomattina, che ha fatto un realistico esame dello stato attuale delle cose, ha reso bene, al di là delle sue intenzioni, le difficoltà di tempo e di merito a cui si continuerà ad andare incontro. Questo potrebbe essere anche un fatto positivo se coincidesse con un raccoglimento operativo tanto più fecondo di attività e di risultati quanto meno frastornato da subbugli mediatici. Di fatto, però, restano le preoccupazioni suggerite dall'andamento delle cose. Già non si parla più degli impegni di lunga durata che una messa, per quanto è possibile, in sicurezza almeno delle zone del paese a maggiore rischio sismico richiederebbe. Nei giorni del sisma alcuni (pochissimi!) ne parlarono con una certa chiarezza di idee. Oggi se ne tace dappertutto, a Roma e altrove. Certo, siamo afflitti da una tale serie di problemi, tutti gravi e urgenti, che un'applicazione particolare su questo o quel punto può riuscire difficile. Dal pieno al vuoto il passo è, però, troppo lungo. In compenso, non mancano nuovi allarmi per il rischio di altre evenienze. Si è parlato, ad esempio, di ben sei vulcani presenti a specchio della riviera vesuviana (una volta si parlava pure della «grande caldera» al centro del golfo di Pozzuoli); e si è tornati pure ad assicurare che sono pronti «piani di fuga» per fronteggiare le relative emergenze, che lasciano molto perplessi. Non c'è, peraltro, alcun bisogno di affacciare queste o altre simili preoccupazioni. Batte ormai alle porte l'inverno, cioè alcuni mesi di possibili piccoli e grandi disastri, e si sa quel che questo (lo si vede già in altri paesi) può significare. A Napoli è bastato un po' d'intemperie ventosa per mettere in pericolo e bloccare una parte del palazzo municipale (il palazzo municipale!). E non si dica che si tratta della «solita Napoli». Per questo aspetto la «solita Napoli» non è altro che la «solita Italia», dalle Alpi in giù. Il fatto è che in Italia qualcosa in queste materie è cambiato. È venuta meno da tempo la preoccupazione per il paesaggio. La tutela (premessa indispensabile anche di ogni discorso di valorizzazione) è praticamente scomparsa dall'attualità politica e pubblicistica. Con il problema del paesaggio si è eclissato anche quello di una gestione pianificata del territorio, per non parlare della vastissima, inesauribile materia urbanistica. Ci avete fatto caso? Si sono istituite dieci «città metropolitane», ma, salvo errore, non c'è stato da nessuna parte un benché minimo accenno sulla dimensione urbanistica di quelle città nella loro nuova configurazione metropolitana. Ecco perché il graduale svanire del clima di urgenza drammatica e ineludibile dei giorni dell'ultimo sisma preoccupa e sconcerta in un paese che di sismi importanti ne annovera uno ogni pochi anni. E, ovviamente, lo svanire di quel clima non è in rapporto neppure per un po' con un attenuarsi dell'emergenza insorta con quel sisma; e l'emergenza non è qualcosa, in questi casi, di semplice e, per lo più, di breve. Qui non si tratta della consueta lamentazione di tutto e per tutto. Né vale consolarsi che cose simili avvengono anche altrove. Spinto dai fatti, ho riletto in questi giorni il libretto di Antonio D'Auria, Abitare nell'emergenza. Progettare per il post-disastro (Edifir Firenze 2014), che in un centinaio di pagine e con grande chiarezza di idee (la chiarezza che nasce dal molto studio) dà un'idea dell'emergenza, che sarebbe forse opportuno che fosse di generale conoscenza dei responsabili e degli addetti ai lavori del settore. D'Auria dimostra, fra l'altro, che l'emergenza del problema dell'abitare dopo un disastro è anche, ma non è per nulla soltanto un problema di architettura e di edilizia. Ed è di questo che si tratta, e che è tanto più da considerare se si parla di ricostruire «tutto dove era e come era». Si può sperare che questo ultimo disastro riporti la dovuta attenzione sia sulla necessità di una politica della sicurezza territoriale su scala pluridecennale, sia sui problemi paesistici e urbanistici? Ci sembra difficile crederlo in tutto e subito. Ma qui non si tratta di sperare. Si tratta di provvedere a necessità che già sono enormi, ma che col tempo lo diventano sempre di più.
Paesaggio e tutela del territorio, emergenza fin troppo trascurate
Il testo discute le conseguenze del sisma umbro-laziale del 24 agosto e la mancanza di attenzione verso i problemi del post-sisma. La visita del Papa alle tendopoli di Amatrice e l'intervista di Vasco Errani, commissario per la ricostruzione, hanno reso bene le difficoltà di tempo e di merito a cui si continuerà ad andare incontro. Tuttavia, restano le preoccupazioni suggerite dall'andamento delle cose, come l'impegno di lunga durata per la sicurezza delle zone a maggiore rischio sismico. Il testo sottolinea anche la mancanza di attenzione per il paesaggio e la gestione pianificata del territorio, nonché la vasta materia urbanistica.
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