«È quanto mai urgente intervenire per la salvaguardia dei pregevoli affreschi dell'ipogeo di San Pietro a Corte». L'allarme è lanciato dal Gruppo archeologico salernitano per il deterioramento in atto su quel ciclo di affreschi pregiottesca che rimandano la storia ai fasti di quando Salerno era Capitale di un florido regno longobardo. «Emulando i templi di Roma, s'innalzano queste mura, visibili da lontano, di su le ampie distese marine, agli stanchi naviganti». Così Paolo Diacono, precettore di Adelperga, moglie del principe Arechi II, descriveva nel suo "Carme per le fortificazioni di Salerno" quel complesso monumentale di San Pietro a Corte posto nel cuore antico di Salerno. Era, in pratica, il "Palatium", o se vogliamo la "Reggia", con annessa Cappella Palatina, del Principe Longobardo Arechi II che lo costruì tra il 762 e il 774 appositamente per il trasferimento suo e della Corte da Benevento a Salerno. Un complesso che oggi rappresenta «l'unico esempio in Europa di elevati murari di architettura civile di età longobarda». Un bene eccezionale, che non ha simili nel suo genere e che da anni aspetta di essere riconosciuto dall'Unesco quale importante sito di Centro di potere nell'Italia dei Longobardi. Erano gli anni Settanta del secolo scorso quando, ad opera della Soprintendenza Archeologica iniziarono i lavori di scavi, continuati negli anni ottanta sotto la direzione del professore Paolo Peduto dell'Università degli Studi di Salerno. E fu il recupero della preziosa memoria storica di Salerno, il ritrovamento di una testimonianza che ribadiva il giusto titolo di "Opulenta" per questa città alta sul mare. Negli anni successivi al ritrovamento, il complesso dell'ipogeo, composto da pregevoli dipinti pregiotteschi con iconografie bizantineggianti, fu affidato al Gruppo archeologico salernitano, che, negli anni, ha curato la manutenzione e la valorizzazione del bene. Da qualche tempo, per fortuna non ancora tanto lungo, sui preziosi dipinti raffiguranti Madonna e Santi, sono comparse formazioni di muffe e di batteri, che stanno seriamente danneggiando gli storici affreschi, mentre sul pavimento vi sono ampie chiazze di verde-muschio. Qualcuno dice che è la naturale conseguenza di un'alterazione del microclima dovuta alla continua apertura del sito storico. Di certo è una situazione quantomeno incresciosa e preoccupante di cui alla Soprintendenza, da qualche anno impegnata nella gestione diretta, ci si rende conto. Ma si dichiara anche una impotenza ad intervenire, mancando da parte del Ministero i necessari stanziamenti per la manutenzione. «Non abbiamo un centesimo per la manutenzione, né sappiamo se il Ministero vuole fare qualcosa» dicono dalla Soprintendenza. Frutto questo, di quella serie di riforme continue che da qualche tempo, forse troppo, si stanno attuando nei Beni culturali e che hanno avuto come esito solo uno stato di incertezze e precarietà. Dicono, nelle stanze di via Tasso: «Non abbiamo restauratori e quelli dell'archeologica sono stati appena presi in carico da noi» per cui bisogna capire come poterli utilizzare E non si fa mistero che le speranze per la salvaguardia di quel patrimonio storico-artistico sono riposte nella buona volontà e disponibilità di privati, in quelle associazioni sociali che già in passato hanno dimostrato di tenere a cuore la storia e le testimonianze d'arte della nostra città. Ma, intanto che queste associazioni si mettano in moto, continua il degrado. Ed una domanda è d'obbligo: «Cosa fa o intende fare la civica amministrazione presso il Ministero dei Beni Culturali, perché si intervenga e al più presto?». Quello di San Pietro a Corte, con quello di Santa Maria de Lama, è un patrimonio della città unico nel suo genere e di cui bisogna andare fieri. E ci si chiede ancora a cosa possa servire la giornata nazionale del Patrimonio culturale se poi non si tutela e non si cura. Sarebbero urgenti anche interventi di restauro su una preziosa tavola del '500 di Andrea Sabatini, conservata alla Pinacoteca provinciale.