«IL tuffatore era un pestano doc» spiega Gabriel Zuchtriegel, il direttore del museo di Paestum mentre mostra il nuovo allestimento della sala intitolata a Mario Napoli, l'archeologo che nel 1968 scoprì la Tomba del Tuffatore, dove sono state ricollocate le cinque lastre della sepoltura e il corredo. La chiave per svelare il mistero di una delle pitture antiche più suggestive, quel giovane nudo, librato in aria mentre si tuffa nell'acqua, la testa alzata, le braccia protese in avanti, è in un'altra lastra dipinta, la Tomba delle Palmette, datata al 500 avanti Cristo. «Viene dalla necropoli di Arcioni, fuori le mura, spiega l'archeologa Marina Cipriani che la scavò nel 1998 - ed era parte di un gruppo di tre sepolture, separato da un altro gruppo di tombe più numeroso. Nella Tomba delle Palmette era sepolta una donna di 18-20 anni. Sul coperchio c'erano due lekytoi, vasi per unguenti. Accanto c'erano altre due sepolture. Tutto l'insieme era colmato da vasi che si riferiscono a rituali che si eseguivano su queste tombe. Lo spazio funerario utilizzato tra 500 e 470 avanti Cristo viene poi abbandonato e non si seppellirà più qui. Chi sono questi defunti si chiede Marina Cipriani - non lo sapremo mai, ma per la loro collocazione in un'area separata si tratta di un gruppo elitario, ricevono un trattamento particolare ». Quando il direttore Zuchtriegel vide la lastra delle Palmette subito scattò l'associazione con il dipinto del Tuffatore, più tardo di 20 anni: il confronto tra le palmette dipinte in bruno sull'intonaco bianco non lascia dubbi. «Su questa idea mi sono confrontato a lungo con importanti studiosi come Angelo Bottini, Salvatore Settis, Massimo Osanna e Maria Luisa Catoni. Dopo 50 anni possiamo dire - aggiunge il direttore - che la Tomba del Tuffatore non è né etrusca né greca e rientra in una tradizione che va avanti a Paestum per alcuni decenni, molto limitata come numero di sepolture e che forse è da inquadrare in una prospettiva più ampia». Secondo l'archeologo tedesco c'è un legame tra il contesto della colonia magno- greca e un gruppo di venti tombe in travertino stuccato in bianco, rosso o a bande. Tra metà VI e metà V secolo avanti Cristo Paestum era un grande cantiere: nascevano allora i grandi templi. «Tra fine VI-inizi V secolo avanti Cristo c'è il cantiere del tempio di Atena, dove si utilizza lo stesso materiale, il travertino ricoperto da intonaco - spiega Zuchtriegel perché anche i templi erano dipinti, e il motivo delle palmette era tipico dell'architettura tardo- arcaica». E per verificare il rapporto tra pittura tombale e architettura monumentale a Paestum sono in corso analisi archeometriche sulle strutture. L'ipotesi è che sia un legame tra le attività di cantiere in corso con la costruzione dei templi e la scelta di un limitato gruppo sociale di farsi seppellire in tombe in travertino intonacate di bianco e in alcuni casi dipinte: chi costruiva i templi poteva fare anche le tombe. Un gruppo sociale che per Zuchtriegel, compreso il defunto della Tomba del Tuffatore, si richiama a culti orfici, dionisiaci e pitagorici e che vede nella scelta del giovane che si tuffa nell'acqua una chiara simbologia: il fatto che la tomba sia stata trovata a una certa distanza dalla città significa che vi era sepolto un iniziato ai culti misterici. Il tuffo è perciò una rappresentanza mistica della morte quale momento chiave nel percorso dell'iniziato verso un'altra vita. I culti misterici promettono una sorte migliore dopo la morte rispetto alla visione cupa e pessimistica che i Greci avevano dell'aldilà.