Dicono che, negli anni in cui la Cupola di Cosa nostra era al suo massimo splendore, i summit di mafia avvenivano in una sala in cui faceva bella mostra quell'immenso Caravaggio rubato nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969 dall'oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai ritrovato. Leggenda metropolitana: in 47 anni diversi pentiti di mafia hanno detto di tutto su quella tela (il cui valore oggi è stimato in 20 milioni di dollari) che resta l'araba fenice dei cacciatori di opere d'arte rubate. Di certo, chi ordinò il furto della "Natività" non voleva tenersi in casa quella tela di tre metri per due che sarebbe comunque andata distrutta dopo diversi tentativi andati a vuoto di venderla a qualcuno dei mercanti d'arte che, soprattutto alla fine degli anni Novanta, hanno depredato la Sicilia per conto dei boss, portando all'estero opere di valore inestimabile e dando vita ad un traffico che, secondo gli esperti, è il terzo business per giro d'affari delle organizzazioni criminali. «Con il traffico di opere ci manteniamo la famiglia», scriveva in un "pizzino" il superlatitante Matteo Messina Denaro, uno dei capimafia che per l'arte nutrirebbe una passione ereditata dal padre, Don Ciccio Messina Denaro, che nel 1962 ordinò il furto dell'Efebo di Selinunte (poi recuperato), per il quale chiese al Comune di Castelvetrano un riscatto di 30 milioni di lire mai pagato. A suo figlio Matteo sarebbe piaciuto entrare in possesso del magnifico "Satiro danzante" tirato su dal Canale di Sicilia nel 1997 da un pescatore, restaurato ed esposto al museo di Mazara del Vallo. Ma i suoi emissari furono arrestati prima che mettessero a segno il colpo. Impossibile dire se la "Madonna col bambino" di Pinturicchio o il "Bambinello" rubati dell'Aracoeli siano finiti nelle mani dei boss, i cui rapporti con i più importanti mercanti d'arte sono venuti alla luce in più d'una indagine. Come quella che, a gennaio 2015, ha consentito di riportare in Italia ben 5.361 reperti per un valore di 50 milioni di euro, sottratti da scavi archeologici di diverse regioni e finiti in depositi di Basilea di Gianfranco Becchina, mercante d'arte di Castelvetrano, ritenuto regista di un grande traffico internazionale. «Le nostre indagini lambiscono sempre la criminalità organizzata, ma l'unica opera di cui si può affermare che sia stata rubata per conto della mafia è il Caravaggio dice il colonnello Antonio Coppola, comandante del reparto operativo del Nucleo tutela patrimonio artistico quello dei boss con l'arte non è certo un rapporto di tipo culturale. Quadri e reperti sono, per le mafie, un bene rifugio in cui reinvestire con grande facilità i proventi di estorsione e traffici di droga. L'opera d'arte è quello che un tempo erano i diamanti e per chi indaga c'è la difficoltà di trovarli e di dimostrarne la provenienza perché non sempre sono rubati, anzi il più delle volte sono comprati». E infatti è dai tesori ritrovati che sono venute le sorprese più grosse: gli investigatori della Dia rimasero a bocca aperta quando, nel 2009, trovarono a casa di Beniamino Zappia, referente della famiglia Bonanno di New York e dei Cuntrera-Caruana di Toronto, decine di dipinti dal valore inestimabile: Guttuso, De Pisis, De Chirico, Morandi, Dalì, Sironi. Per non parlare del tesoro del "re dei videopoker", il reggino Gioacchino Campolo che nelle sue case e ville aveva alle pareti una collezione privata di ben 110 quadri: anche qui De Chirico, Guttuso, Dalì, Ligabue. Nicola Schiavone, figlio di "Sandokan" nella sua villa- bunker di Casal di Principe, sfoggiava quadri e oggetti di arte moderna, così come Ernesto Diotallevi, ex boss della Magliana. Chi resiste alla tentazione di sfoggiarli alle pareti di casa li tiene in caveau in Svizzera: da Felice Maniero a Massimo Carminati, il boss di Mafia capitale. A casa dei suoceri, i carabinieri trovarono documenti che attestano il possesso di Picasso, De Chirico e Guttuso ma dei quadri non si è trovata traccia.
PALERMO. Da Caravaggio a Picasso la passione dei clan per l'arte
La Cupola di Cosa nostra era al suo massimo splendore quando i summit di mafia si svolgevano in una sala con un Caravaggio rubato nel 1969. La leggenda metropolitana vuole che diversi pentiti di mafia abbiano detto di tutto su quella tela, valutata in 20 milioni di dollari. Il furto della tela non era solo un gesto di lusso, ma anche un modo per reinvestire i proventi di estorsione e traffici di droga. Le mafie considerano l'arte come un bene di rifugio, che può essere facilmente reinvestito. Gli investigatori hanno trovato tesori di opere d'arte in case e ville di boss mafiosi, tra cui dipinti di Guttuso, De Pisis, De Chirico e Dalì.
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