L'Arte Nuova si annunciò a Palermo nel 1889, nell'elegante disegno traforato del portale e del loggiato di un villino affacciato all'angolo dell'odierna piazza Virgilio sul nuovo asse della via Dante, al limitare di quel Firriato di Villafranca nella cui area si sarebbe svolta, nel 1891 l'Esposizione Nazionale. In quella architettura Giovan Battista Filippo Basile, allora impegnato nel grandioso ed estenuante cantiere del Teatro Massimo, riprendeva alcuni elementi della tradizione gotica, declinando il revival ottocentesco nei modi del gotico mediterraneo di matrice catalana attraverso ritmi eleganti e lineari che ancora non si chiamavano liberty. È merito delle Vie dei Tesori, la manifestazione che ha ricevuto la medaglia del Presidente della Repubblica e la cui decima edizione si apre domani, avere inserito negli itinerari di visita la palazzina nota come Villino Favaloro, chiusa da tanti anni, riaperta provvisoriamente lo scorso autunno in occasione di una mostra, di proprietà regionale e in precarie condizione di conservazione, oggetto per tanti anni della battaglia di Enzo Sellerio affinché potesse ospitare un centro regionale dedicato alla fotografia. Insieme al Villlino Ida in via Siracusa, anch'esso di proprietà regionale, attualmente sede di uffici della Soprintendenza, e aperto al pubblico per questa occasione, il Villino Favaloro costituisce quindi una delle attrazioni maggiori del percorso modernista delle Vie dei Tesori, in un ventaglio di caratteri e soluzioni architettoniche e decorative esemplari della stagione del liberty palermitano: la piena padronanza lessicale di maniere e stilemi, la capacità di elaborare una serie di varianti in omaggio alla tradizione architettonica locale, l'uso raffinatissimo di materiali artigiani rendono infatti il magistero dei due Basile un episodio non epigonale, ma centrale nella storia del modernismo italiano ed europeo. Ma questo è riconosciuto da tempo. Resta aperto invece il capitolo che maggiormente ci compete, quello della tutela e della piena valorizzazione, che procede con tempi lunghi e stentati, e chissà che queste giornate di apertura non possano dare esca a un diverso utilizzo dei capolavori di quegli anni. Nell'arco di date tra il progetto di Giovan Battista e l'intervento di Ernesto, che nel 1914 impiantò l'elegantissima torretta ottagonale in assoluta continuità con la lezione paterna, il Villino Favaloro compendia i termini cronologici della belle époque, assumendo quindi lo scoppio della guerra come cesura temporale. Ernesto si inserì nella costruzione ottocentesca aggiungendovi sul prospetto laterale il giardino d'inverno in ferro e vetro, i cui decori floreali prolungavano la decorazione interna delle sale, oggi in parte perduti anche per le manomissioni effettuate soprattutto ai locali del primo piano. Perdita trasversale a molti interni liberty, mai sufficientemente rimpianti anche perché il disegno degli arredi sino ai minimi dettagli era parte essenziale di quella fluida continuità progettuale che integrava ogni parte dell'edificio, secondo una visione che recuperava, almeno programmaticamente, la cesura moderna tra arti maggiori e arti decorative. Nel Villino Favaloro sopravvive in parte la biblioteca e, negli inserti in maiolica della torretta, l'intervento di Salvatore Gregorietti, importante figura di pittore- decoratore a cui alcuni anni fa è state dedicata una bella ed esaustiva mostra. Negli ambienti del Villino di via Siracusa intitolato alla moglie Ida, nel centro del reticolo di strade frutto della lottizzazione che segui l'Esposizione del '91, gli arredi sono andati ugualmente dispersi. Si può congetturare intorno al loro svolgimento non tanto nelle decorazioni sopravvissute - una serpuzza che è omaggio alla firma apposta da Serpotta in molti oratori, qualche tempera parietale - quanto nell'atrio di ingresso, dove rimane a sormontare la breve scala d'acceso un bassorilievo di Antonio Ugo, abituale collaboratore di Basile. La decorazione a nastro in maiolica, lo snodarsi dinamico in planimetria di forme geometriche fanno intuire come agli arredi Ernesto affidasse una fluidità tesa, testimoniata dai lampadari dello stesso atrio e di alcuni interni. All'esterno, le superfici intonacate in bianco - rivisitazione dell'abitare mediterraneo - si animano del ritmo dei pilastri- torre che svettano lungo il coronamento, del disegno delle cornici in pietra e dei ferri battuti, nel meraviglioso portale di nastri impreziosito dal mosaico ("Dispar et Unum", recita la scritta), dal ferro battuto del balcone ad angolo, dal fregio in ceramica. Un capolavoro, datato 1903, purtroppo lordato dalle pesanti tracce dell'acqua piovana. Passi farne sede d'uffici, ma assicurare un minimo di manutenzione?