DIRETE: com'è possibile? Come può un docente insegnare bene se non sa benissimo la sua materia? Infatti non può. Eccetto che in Italia, dove a un concorso conta molto di più se l'aspirante professore è bravo nel "brain storming" e nel "debriefing", sa "problem setting" e "solving", padroneggia il "circle time" e sa insomma trasformare una vecchia, normale lezione in un'Unità didattica concepita per studenti irrimediabilmente svogliati e pigri. Quanto ai contenuti del sapere bastano quelli ricavati da Wikipedia e dai ricordi sbiaditi di un'università anch'essa sempre meno interessata a insegnare cose e sempre più tesa a indurre gli "utenti" a comprare la propria "offerta formativa". Basterebbe la terminologia per dichiarare l'abisso di idiozia in cui è finita la "buona scuola" e l'università con essa. Se una ministra, ex studiosa, ride di fronte a una scuola che seleziona i suoi uomini sulla base non di quello che sanno né della loro capacità di comunicazione e dialogo con gli studenti, ma della loro obbedienza a dei protocolli demenziali inventati da un gruppo di astuti fanatici, allora la scuola, come luogo di formazione e di studio, è davvero finita. Oggi infatti a scuola non si insegnano più italiano o matematica o storia ma la religione della didattica, che ha i suoi comandamenti identici per qualsiasi materia e si ispirano al principio pedagogico non dell'istruzione ma dell'intrattenimento, per cui più che dei professori le servono dei modesti guitti. In questa didattica vale l'aureo principio del dotto Di Maio: una cosa in sé non è buona né cattiva, è partecipata o non è partecipata. Se è partecipata è buona. Se no è cattiva. Sembra che nessuno studi più la matematica perché è poco partecipata e neanche la letteratura gode di molto fascino tra gli studenti. Per questo occorre preparare un'unità didattica divertente e partecipata. Se poi, in questa complicata ricerca dell'intrattenimento, la matematica o la letteratura si perdono per strada o si limitano a qualche copia e incolla da internet, che importa? I bambocci non si sono troppo annoiati. Essendo diventata una religione, la didattica ha corrotto molte menti, anche di bravi giovani di ex belle speranze, che ben presto hanno abbandonato lo studio (cioè l'aggiornamento costante) della storia o della geometria o della grammatica per dedicarsi a preparare variopinte quanto vacue lezioni di storia o geometria o grammatica. I sacerdoti di questa religione spadroneggiano al ministero, sparano giudizi e valutazioni e a tutto si interessano meno che ai contenuti del sapere. E la ministra ride. La politica italiana si divide su tutto, non solo, come normale, tra maggioranza e opposizione, ma anche dentro la stessa maggioranza e il suo stesso maggior partito, come ben sappiamo. Vi siete mai chiesti perché la sinistra dem, che fa le bucce a Renzi su tutto, non dica però più nulla sulla scuola? Sulle follie dei progetti scuola- lavoro, delle unità didattiche, della selezione del corpo docente affidata all'ortodossia psicopedagogico-didattica invece che alla seria conoscenza delle materie? Chi andrebbe a farsi operare da un chirurgo che sia bravo ad animare la sala operatoria ma poi non sappia distinguere il fegato dal pancreas? Questo il nuovo modello di docente di cui la Giannini ride soddisfatta. Ma su questo scandalo tutti tacciono. Del resto, il massacro culturale della scuola è l'unica cosa che ha unito destra e sinistra in questi anni, dai tempi del famigerato Berlinguer (Luigi) a oggi. Nessun osservatore onesto potrebbe dire che c'è stata differenza sostanziale tra il governo della scuola della Gelmini e quelli dei vari Profumo, Carrozza e ora della Giannini. Ma il caso della Giannini è ancora più emblematico. Figura di seconda fila nel governo, rappresentante del più insignificante partito della maggioranza (a proposito: qual è?), occupa nel governo Renzi il dicastero un tempo ritenuto più importante e strategico. Cosa conti la scuola lo vedi già da questo. Un big come Orlando va alla Giustizia; uno come Franceschini va ai Beni culturali; ma alla Pubblica istruzione ci va una che ride. Sul disinteresse per la scuola; sulla resa all'estromissione da essa dei saperi, sostituiti dalle cosiddette competenze, dei contenuti, rimpiazzati dai metodi, delle materie, scalzate dalle didattiche si basa una delle ragioni della crisi della sinistra nella società. La cultura era infatti uno strumento forte in mano alla vecchia sinistra, tant'è vero che la DC si teneva stretto il ministero ma il PCI contava moltissimo tra gli insegnanti. Entrambi quei partiti sapevano che sulla scuola si giocano il consenso per il governo e il futuro per il paese. Oggi, il consenso si cerca in televisione e il futuro non importa più a nessuno. Se fosse ancora attiva e vigile una sinistra della cultura, questa sarebbe dovuta scendere in piazza contro lo scandalo della svendita del sapere ai Dulcamara della didattica e della psicopedagogia in pillole, di una selezione dei docenti basata sul fumo delle slide invece che sull'arrosto delle conoscenze. Un Paese con una scuola così ha rinunciato a trasmettere cultura e l'ha trasformata nel parcheggio dei minori durante l'orario di lavoro dei genitori. I professori che ancora sentono e provano seriamente a fare il loro mestiere sono mortificati e presto i presidi, per non perdere clienti, arruoleranno al loro posto brillanti esperti di videogiochi. E la ministra ride.
LA SCUOLA È INIZIATA NEL SOLITO CAOS E INTANTO A ROMA LA MINISTRA RIDE
La scuola italiana è in crisi, con un sistema didattico che si concentra sull'intrattenimento piuttosto che sull'istruzione. I docenti sono selezionati sulla base della loro abilità nel "brain storming" e nel "debriefing" piuttosto che sulla loro conoscenza della materia. La scuola è diventata una religione, con i suoi comandamenti identici per qualsiasi materia, e i professori sono diventati "sacerdoti" che insegnano più per intrattenimento che per formazione. La ministra Giannini ride di fronte a questo scandalo, considerandolo un successo. La sinistra dem è diventata complice di questo fenomeno, considerando la scuola come un luogo di intrattenimento piuttosto che di formazione.
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