Al Colosseo apre la mostra «Rinascere dalle distruzioni». Ricostruite grazie alla tecnologia le opere distrutte dalla furia dell'Isis Nimrud, toro alato con testa d'uomo: distrutto dall'Isis nel marzo 2015. Ebla, Archivio di Stato del 2300 a. C.: danneggiato dalla furia iconoclasta. Palmira, tempio di Bel: raso al suolo nell'agosto 2015 dall'Isis. Tre buchi nel patrimonio dell'umanità, tre damnatio memoriae della cultura più antica. Per non dimenticare, però, stanno risorgendo in una ricostruzione in scala 1:1 che rivedremo in un contenitore altamente simbolico quale è il Colosseo. È la mostra, patrocinata dall'Unesco, "Rinascere dalle distruzioni", che si aprirà al pubblico nel secondo anello dell'Anfiteatro Flavio, anch'esso restituito come meraviglia del mondo dal restauro finanziato da Diego Della Valle. L'esposizione ha tanti significati. Non solo ripristina l'ormai invedibile. Ma lancia la speranza che si possa ricostruire un giorno, e in loco, quanto distrutto. E avverte i paesi feriti - in questo caso Siria e Iraq - che la comunità internazionale con i suoi esperti è pronta a sostenere il "risorgimento" dei loro monumenti. Lo ha detto chiaro e forte Francesco Rutelli, ideatore del progetto in qualità di presidente dell'Associazione Incontro di Civiltà, al quale si è affiancato, come guida del Comitato scientifico, Paolo Matthiae, l'archeologo che da decenni scava al Ebla, traendole più vetuste tavolette di scrittura cuneiforme. Il sostegno economico viene da un privato,la Fondazione Terzo Pilastro capitanata da Emmanuele Emanuele: «Daremo all'iniziativa 160mila euro all'anno, per tre anni. Un segnale forte a questa Europa che balbetta, che latita. Ma non bisogna fermarsi alla riproduzione. Con l'impegno dei privati si può ricostruire. Roma stessa ha chiese e templi non originali. Ci vorrà tempo, ma si farà». Come? Matthiae pone tre condizioni per lui irrinunciabili: «Il rispetto pieno della sovranità degli Stati in cui opere e monumenti si trovano; il coordinamento, la supervisione e l'approvazione dell'Unesco; la più ampia, solidale e intensa collaborazione internazionale, senza neocolonialismi né sospetti nei confronti di prestigiosi istituti che si sono detti pronti a lavorare, come l'Ermitage. La Direzione Generale dei Musei di Damasco ha già manifestato che chiederà un sostegno allargato a molti Paesi. Italia in primis». Già, l'Italia. Rutelli sottolinea che «noi non ci rassegneremo alla perdita definitiva di segmenti di pluralità culturale. Mettiamo in campo tecnica, risorse e volontà politica perché quando si deciderà di riedificare non si parta da zero». Si azzarda qualche data di un processo a venire: cinque, sei anni. Previsione forse ottimistica ma capace di esorcizzare quanto si vede in Afghanistan, dove le nicchie che contenevano i Buddha di Bamiyan «dopo 15 anni sono ancora vuote», ricorda Rutelli. Il quale rivendica al nostro Paese il rispetto del patrimonio altrui anche nelle restituzioni: «Siamo stati oggetto di razzie, di scavi clandestini eppure abbiamo fatto tornare nei luoghi d'origine l'obelisco di Axum e la Venere di Cirene». Una sensibilità che si traduce anche in enormi capacità tecniche. Le "copie" dei manufatti distrutti vengono realizzate da tre aziende italiane. Il Toro di Nimrud, dalle dimensioni imponenti (480x494x85 cm) sarà ricreato dalla ditta Nicola Salvioli di Firenze, formatasi all'Opificio delle Pietre dure. La sala dell'archivio di Ebla (16 mq) è a cura di Arte Idea di Roma specializzata nella progettazione di elementi scenografici per cinema, tv, teatri. Il soffitto del tempio di Bel di Palmira - una summa concettuale e artistica di arabeschi - viene affrontato dalla Tryeco 2.0 di Ferrara, che opera con scanner 3d nel campo di tutela dei Beni Culturali. «Hanno usato come materiale di base il polistirolo - spiega Cristina Acidini - poi ricoperto da sostanza plastica mescolata a frammenti di pietra, l'arenaria per il tempio di Palmira, il marmo per il toro di Nimrud. Ma in questo caso la modellazione è effettuata a mano». A filmare la "resurrezione", Sky Arte HD, sponsor della mostra, che ne ricava un documentario di un'ora in onda in Italia a gennaio. «Il Colosseo vanta sei milioni e mezzo di visitatori l'anno - dice il soprintendente archeologico di Roma Prosperetti - Come per le ricostruite Dresda, Varsavia e Montecassino, questo monumento simbolo saprà comunicare al mondo l'emozione e la speranza di rinascita della bellezza distrutta».