IL ROSETO di viale Lazio chiude la triste storia di quel che fu il "Verde Terrasi", uno degli ultimi scampoli della Piana dei Colli che, alla fine degli anni Ottanta, era ancora un giardino di mandarini e limoni, punteggiato da nespoli, grandi carrubi e alti noci e gelsi, chiuso da un filare di susini che, in primavera, esplodevano in una luminosa fioritura. Un orto urbano: proprio come quelli che a New York o a Berlino impiantano come contributo alla crisi della città contemporanea e di cui noi, che ne abbiamo ancora tanti, non ci curiamo affidandoli all'eroismo degli ultimi agricoltori. Una storia che è rappresentativa delle vicende del sacco edilizio. Nel 1965 la famiglia Terrasi ottiene la concessione edilizia e il Comune s'impegna a realizzare le vie Ausonia e Trinacria in cambio del rettangolo del Verde Terrasi. Inizia subito un contenzioso. Tra carte scomparse, impegni non mantenuti, palazzinari locali e romani, omissioni di atti d'ufficio, la vicenda arriverà a occupare spazio nelle carte della commissione parlamentare Antimafia e valutata come possibile causa dell'omicidio di Piersanti Mattarella. Nel 1988, allontanati anche gli agricoltori che avevano trasformato in giardino una distesa di fichidindia, la storia si chiude con un progetto per un parco. Inizia allora una tenace protesta ambientalista. Con appelli e occupazioni si cerca di salvare un pezzo di Conca d'oro e, per la prima volta, una parte della città mostra di voler riscattare l'ignavia degli anni precedenti. C'erano però molti soldi da spendere (2,5 miliardi di lire): questa era la cosa che contava, e la lotta sortì solo qualche parziale effetto. Con la consulenza di docenti universitari si salvarono la metà dei mandarini e nacque quella che oggi è Villa Costa, incongrua commistione tra stili paesaggistici diversi, interessi pubblici (biblioteca comunale) e privati (ristorante), lasciata a un ordinario abbandono. Nel frattempo, in un tratto residuo ridotto a discarica, si preparò la strada allo scempio definitivo che avrebbe portato all'orrendo giardino battezzato roseto (chiamarlo così, per chi ha cara la grazia e la delicatezza delle rose, fa quasi male). Un insieme di forme sgraziate ed errori tecnici che, nel tempo, lo renderanno ancora più brutto e infrequentabile. Quattro anni fa, appena nominato assessore, fermai i lavori e fu predisposto, nel pieno accordo politico e amministrativo, un progetto alternativo. Si era speso il 50 per cento delle somme (900 mila euro) e, con quel che restava, si mirava quanto meno a ridurre il danno. Un nuovo progetto fu redatto da Ornella Amara, paesaggista comunale brava e generosa. Dopo due anni fu definitivamente approvato e si diede avvio alla realizzazione. Ricordo tv, giornalisti e dichiarazioni soddisfatte per il pericolo scampato. Quindici giorni dopo non toccò più a me seguire la vicenda, i lavori furono subito sospesi e si riesumò, fino a realizzarlo, il progetto originario. Questa è la fine della storia. Quel che offende e spaventa è la conferma che Palermo ha ormai del tutto dimenticato una tradizione di qualità paesaggistica che poche città potevano vantare e, perfino, la oltraggia. Si pensi al kitsch finto islamico della Zisa, all'abbandono della Favorita, ai veleni del Parco Cassarà, al "ripristino filologico" del giardino del Villino Florio. Ai tempi del Genoard, di Villa Giulia, della Favorita borbonica, dei giardini romantici e liberty, di quelli vaghi e fruttuosi di agrumi sono sopravvenuti quelli del cemento, degli affari, dell'ignoranza. E quando si parla di cultura, pochi, pochissimi, ricordano (o hanno mai saputo) che i giardini sono opere della creatività, espressioni d'arte che dovremmo avere care almeno quanto i teatri, i musei, i festival, la musica, la letteratura, le esposizioni. Sono luoghi privilegiati dell'incontro fra natura e storia (natura che diventa cultura) e che, ai visitatori illustri di questa città, hanno fatto pensare al paradiso. Chissà cosa direbbero ora a guardare le ridicole stelle, gli alberi storti e le rose già sfiorite e ammalate. L'autore è docente di Colture arboree ed ex assessore al Verde del Comune di Palermo
LA PALERMO CHE DIMENTICA I GIARDINI E CHIAMA ROSETO IL CEMENTO DI VILLA COSTA
Il Verde Terrasi era un orto urbano situato a Palermo, che era stato trasformato in un giardino di mandarini e limoni. Nel 1965, la famiglia Terrasi ottenne la concessione edilizia e il Comune iniziò a realizzare le vie Ausonia e Trinacria. Tuttavia, il progetto fu bloccato da un contenzioso e la storia si chiuse con un progetto per un parco. Nel 1988, gli agricoltori furono allontanati e la storia si chiuse con un progetto per un parco. Tuttavia, la lotta ambientalista non fu sufficiente a salvare il giardino e, nel 1993, fu chiuso e trasformato in un parco.
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