Più annunciano la sua morte e più la vita la sommerge. Di sicuro il problema di Venezia non è la morte che da sempre la coccola, ma la vita che oggi la soffoca. Sono infatti 34 milioni i turisti che ogni anno calpestano Venezia, ma solo 12 milioni quelli che la città può sopportare. Ed è vero che il centro storico, ridotto ormai a 54 mila abitanti, si sta lentamente asciugando perdendo la sua memoria, ma è provato che gli edifici stanno esplodendo di etnie frullate: 10 milioni i pernottamenti lo scorso anno. Venezia dunque non sta morendo come ha scritto l'archeologo Salvatore Settis il 29 agosto sul New York Times (vedi intervista a pag. 62), ma forse sta «vivendo troppo» come racconta il fotografo veneziano Gianni Berengo Gardin che ai turisti, prima di farli accedere in Laguna, sottoporrebbe un «esame per valutare il loro reale desiderio di scoprire Venezia e di dimenticarsi tra le calli». Nessuno sa come regolare i flussi straordinari di una città che oggi non è più sospesa tra le acque ma annegata nei vapori delle sue cucine. Così come il cibo, il bisogno di Venezia cresce al punto che non è sufficiente solo una. Guido Moltedo in Welcome to Venice, un libro divertito e fantasioso, ha provato a contare le tante copie di Venezia, patacche decadenti e ponti di cartone, che sono sparse per il mondo. In Usa sono 27, in Brasile 8, in Giappone 2, in Cina a Hangzhou e Zhouzhuang, una a Ganvié nel Benin, una a Xochimilco in Messico, una a Udaipur in India. È vero sicuramente, come denuncia Settis, che Venezia rischia la «disneyficazione», ma senza neppure incassare i profitti del biglietto, le royalty che Moltedo, per provocazione, chiederebbe «autorizzando la clonazione di Venezia» e risolvendo così l'ormai storico nodo sovraffollamento «perché anche la frase "Venezia muore" è un prodotto che si vende all'estero». Eppure non solo non c'è ragione per non credere a Settis che su Venezia ha scritto un libro speciale come la città, Se Venezia muore, edito da Einaudi. L'articolo di Settis ha rafforzato le attenzioni dell'Unesco che da due anni monitora Venezia e intende escluderla dalla lista dei suoi patrimoni abbassandone il rating o forse aumentando la voglia di vederla e invaderla. Il vicedirettore generale alla Cultura dell'Unesco, Francesco Bandarin, che è un italiano, «d'origine veneziana», dice che quando torna da Parigi ha l'impressione di non sentirsi a Venezia ma «in un villaggio turistico, non una città ma un litorale». Dunque depennerà Venezia dalla lista dei siti patrimonio dell'umanità? «L'Unesco non dà bastonate ma consigli. Venezia non ha solo un problema di pulizia ma di polizia». Neppure Bandarin riesce a spiegare la sfrenatezza del turista veneziano che il sindaco Luigi Brugnaro vuole risolvere con la cella. A Venezia i 50 vigili urbani non bastano a controllare il turista selvaggio, che è un'altra forma di acqua alta, che si libera per strada, si denuda e imbratta forse perché, come diceva Leonardo Sciascia «per rimanere nella storia gli imbecilli hanno solo un modo: deturparla». In città ci sono 11 bagni pubblici ma «i più funzionali sono a pagamento» racconta Giovanni Leone, architetto che parla del territorio come un'esperienza nello spazio: «Qui per orientarsi il miglior modo è disorientarsi, gettare le mappe. Non basta visitare piazza San Marco. Venezia si può capire solo come insieme». Leone racconta che Venezia dal 2013 ha perso un'occasione con la legge regionale di locazione turistica (diversa dal bb) che in pratica ha permesso a residenti e non residenti di reinventarsi albergatori senza chiedere in cambio «una quota di pensiero», un progetto. Bandarin va oltre. Per lui i bb «sono un'idra» passati dai 96 di inizio 2000 ai 3.128 registrati nel 2016. Ma poi c'è il sommerso che è il vero guasto di Venezia. Per Italia Nostra sono 6.000 le residenze di privati che vengono affittate. Tra questi nuovi imprenditori ci sono quelli che sfuggono al fisco, si mimetizzano sotto i portici e quando scoperti - come nel caso dei coniugi che affittavano la propria casa a 25 mila euro per nove notti e che Gian Antonio Stella ha magnificamente smascherato sul Corriere si credono lord e non evasori. A Venezia si è giunti al paradosso che le entrate della tassa di soggiorno (1.50 euro circa per turista) non bastano a soddisfare le uscite per offrire i servizi. Venezia come un'impresa produce 270 milioni di ricavi ma ne spende 320 milioni per costi ambientali. Fabio Carrera, un docente d'ingegneria al Politecnico di Worcester nel Massachusetts, ma veneziano anche lui, ha studiato i flussi turistici e offerto numeri sulla capacità di capienza di piazza San Marco che per il docente è di 15.000 unità. In questi giorni Venezia ha ingoiato 74 mila turisti al giorno, una calamità che già spaventava lo scrittore russo Iosif Brodskij uno che a Venezia risiedeva d'inverno perché «qui in estate si può venire solo sotto la minaccia di una pistola. Non c'è solo il caldo ma anche le violente emissioni di idrocarburi e ascelle». Allora chiudiamo Venezia? «Non dico questo ma più del Comune è il governo ad avere il compito di regolare altrimenti il rischio è la giungla» avverte Bandarin. Per il ministro della Cultura, Dario Franceschini, chiudere Venezia è un'idea impercorribile e ripete che il sovraffollamento delle nostre città storiche, non solo Venezia, è il disagio della quantità, senza però goderne i benefici e senza risolverne i disagi. Venezia più che morendo si sta quindi traducendo in una eccezionalità normale. Eppure Venezia non si può museificare, tanto meno farne una città dove si entra per censo o ripopolare iniettando abitanti. «Tuttavia Venezia può e deve chiedere di più ai suoi turisti, ai crocieristi» dice Bandarin che introduce così il problema delle grandi navi che attraccano al porto pagando 27 mila euro al giorno all'autorità portuale, l'unico soggetto, dice sempre Bandarin, che a Venezia «sembra saper fare i conti. E non entro nella polemica sull'ingresso o meno. Nel mondo tutti pensano che sia una follia». Berengo Gardin, che lo pensa e che ha fotografato le grandi navi imbrigliandole con la sua macchina fotografica (Venezia e le grandi navi, Contrasto), non solo è frastornato da questi ciclopi di ferro, ma ultimamente anche dagli zaini dei turisti che «ormai sono più pericolosi delle auto». Anche Berengo Gardin riconosce che a «nessuno si può impedire il diritto di vedere Venezia ma non può essere un dovere vederla. Perlomeno chiuderei, con una legge speciale, tutti i negozi di maschere che vengono fabbricate a Taiwan e spacciate a Venezia. La verità è che sono disarmato pure io quando mi chiedono come proteggere Venezia. Con soddisfazione riconosco che è un bel guaio che per fortuna non sono io a dover risolvere». Come si vede Venezia non sta morendo, ma è il suo corpo a essere sempre vegliato. Il suo stato di salute è una festosa agonia. È un eccesso di nascite e non un lampo di morte. Venezia ha infatti continuamente acceso pensieri a partire dai futuristi che contro questa città passatificio invocavano la distruzione. E ancora sbizzarrisce gli architetti e le loro strampalate fantasie, infiamma i polemisti, agita la politica, esalta i corruttori che sempre sulle rovine si ritrovano. Forse per salvare Venezia bisognerebbe dunque farne una città impossibile e meravigliosa come Atlantide, Tenochtilitán, Avalon, Mu, Shangri-La. Un sogno che si fa di notte e si dimentica di mattina. Come faceva Marco Polo ne Le Città Invisibili di Italo Calvino. Interrogato da Kublai Khan si rifiutava di parlarne perché «Venezia ho paura di perderla tutta in una volta se ne parlo. O forse, perché parlando di altre città, l'ho già perduta poco a poco». Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte Per proteggere Venezia bisogna chiuderla ai turisti? È quello che sta accadendo. Se il turismo aiuta la città, come mai i veneziani fuggono? Siamo a quota 54 mila residenti, Venezia ne ha perso 122 mila dal 1951, e si svuota al ritmo di 2,6 cittadini al giorno. Non è un segno di buona salute. La soluzione non è nel turismo, ma nell'incrementare le attività produttive. Anche nel limitare le seconde case, che in Svizzera, per legge, non possono essere più del 20 per cento. Perché non si può fare a Venezia? Perché non lanciare una politica della casa per i giovani? Annunciarne il pericolo non rischia di chiamare ancora più turisti? Non c'è bisogno di annunciare il pericolo, basta girare Venezia da svegli. Soluzioni? Incoraggiare la residenza dei giovani e nuove attività produttive. Venezia non può essere una città di soli servitori dei turisti. Affidiamo Venezia a Raffaele Cantone? Venezia dev'essere governata secondo le regole della democrazia e se il centro storico fosse un Comune a parte, separato da Mestre e Marghera, sceglierebbe sindaci migliori. A Venezia che cosa sta scomparendo? Facco de Lagarda parlava della «morte dell'impiraperle», ma i mestieri artigianali non sono la sola opzione. Una nuova ondata occupazionale va mirata alle nuove tecnologie, alla ricerca, alla storia dell'arte. La Biennale insegna Stefano Zecchi, docenete di estetica e scrittore Venezia non è morta, né moribonda. È ingessata da un'amministrazione comunale che ha pensato più a risolvere i problemi della terraferma, cioè di Mestre, Marghera, Campalto, Favaro e altre frazioni (tutte facenti parte del Comune di Venezia) che quelli della città lagunare. Lo capisce anche un bambino che le esigenze amministrative di Venezia sono totalmente diverse da quelle della terraferma, ma sono prevalsi interessi politici. I voti della terraferma sono numericamente superiori, tre volte a quelli di Venezia, e prevalentemente, voti che arrivano alla sinistra. Gli amministratori del Comune non possono non tenere conto delle esigenze e delle sollecitazioni dei propri elettori: per 25 anni la città è stata gestita dalla sinistra. I referendum per la separazione di Venezia dalla terraferma, cominciare da quello promosso negli anni 70 da Bruno Visentini, hanno sempre registrato la sconfitta del sì alla separazione. I problemi di Venezia sono tanti: dallo spopolamento dei residenti all'inconsistenza del tessuto produttivo della città. Disastri provocati dalle pessime amministrazioni di sinistra, ma una volta che si riuscisse a rendere autonoma Venezia, le si restituirebbe nuova vita. Invece di tanti appelli retorici su Venezia da salvare, il governo intervenga per separare l'amministrazione della città dalla terraferma. In quel provvedimento ci sarebbe l'inizio della rinascita di Venezia Vittorio Sgarbi, critico d'arte Che dire di Venezia? Venezia muore sempre. È morta con la caduta della Repubblica nel 1798; è morta con Wagner nel suo Tristano e Isotta; muore nel desiderio omosessuale di Von Aschenbach, raccontato da Thomas Mann; muore ora per eccesso d'amore, sopraffatta da 70 mila persone che ogni giorno vengono a vederla. Ma non sarà mai per l'ultima volta. È la sua vita la morte. Il turismo volgare la soffoca nel suo abbraccio mortale. Altre città muoiono perché sono disertate. Roma muore perché è rimossa come città della bellezza da chi (non) l'amministra. Venezia finge di morire, perché si nasconde. Immola San Marco, ma protegge i gesuiti con il fuoco che brucia nel San Lorenzo di Tiziano; lascia straziare palazzo Ducale e preserva palazzo Grimani. Provate a passeggiare vicino alla casa di Tintoretto, avviandovi alla Madonna dell'Orto, dove vi aspetta un terso e verginale Cima da Conegliano: non troverete «nissun» a disturbare il vostro dialogo muto con il san Giovanni, sotto un prezioso pergolato. E allora quale Venezia muore di turismo, di barbari che pisciano nel Canal Grande, così fermo e placido nelle fotografie degli anni 20? Salvatore Settis è in ansia; e per l'ennesima volta annuncia la morte di Venezia, più viva che mai, oggi, nella luce dorata del pomeriggio, bello persino al Lido, se ti avventuri nella poetica desolazione di san Pietro a Castello o di Malamocco. I veneziani lo sanno e si divertono a farsi credere morti o moribondi, mentre stanno come gatti a prendere il sole alle Zattere, al Cucciolo. Qualche veneziano di terraferma, che ha scelto di vivere a Mestre per non essere sopraffatto dalla bellezza, preferendo assumerla a piccole dosi, risponde, stizzito, a Settis. Lo onora di scomporsi. Il veneziano di Cannaregio, al tavolo di una locanda, non si agita, lascia correre. Lo ricordo bene il vecchio Maurizio Crovato, giornalista non conformista: «I profitti editoriali Settis li fa, non scrivendo "Se Pisa muore", ma la sua ultima (s)fortunata produzione: "Se Venezia muore". Essendo calabrese potrebbe tranquillamente scrivere "Se la Calabria muore"». Esilarante e condivisibile il passaggio sui moniti dell'Unesco: «Spero non sia la stessa Unesco con uffici, servizi e riscaldamento, e con palazzo gratis in centro storico, che nulla ha fatto di concreto per la città se non trasferire il personale a Parigi». Ha ragione Crovato. Possiamo stare tranquilli: con questi profeti di sventura, sempre alloggiati in alberghi cinque stelle, Venezia non morirà. E poi: è già morta