IL direttore del Piccolo Sergio Escobar riapre la battaglia sull'Art bonus. La norma voluta dal ministro Dario Franceschini per incentivare le donazioni private attraverso la defiscalizzazione esclude l'attività dei teatri di prosa. Insomma, mecenatismo si, ma non per tutti. Escobar, l'Art bonus sta dando i primi risultati. Che ne pensa? «Riconosco a Franceschini il merito di aver spezzato un tabù, convincendo il consiglio dei ministri che la defiscalizzazione non è un furto ai danni del Tesoro ma uno strumento importante di crescita. Non era facile. Come non è facile parlare di donazioni e detassazione in un paese ad alto tasso di evasione fiscale come l'Italia». Però non è contento. «Dico che una buona norma, ma parziale. Deve essere aggiustata: il mecenatismo va inteso come elemento complementare e non sostituivo dell'intervento pubblico e va incentivato anche per la produzione cosiddetta immateriale». All'inizio l'Art bonus si riferiva solo ai beni culturali, cioè ai luoghi fisici. «Qui sta parte del problema. È chiaro che si doveva partire dal tangibile. Pompei cadeva a pezzi, tanto per dire. E convincere la gente a investire sul mattone è più semplice. Ma bisogna andare oltre. L'ha fatto anche l'Unesco che da qualche anno concede la tutela di patrimonio dell'umanità anche agli oggetti culturali ». Per alcuni è previsto. L'Art bonus è stato allargato alle attività produttive delle fondazioni lirico sinfoniche poi dei teatri di tradizione. «Con la finanziaria del 2014. Si trattava di affrontare la grave situazione deficitaria di alcune fondazioni liriche. Un intervento sull'onda dell'emergenza negativa che ha dato l'impressione di supplire a una duplice carenza, la cattiva gestione e l'assenza di adeguati finanziamenti pubblici. Va favorita una cultura delle donazioni diversa, portando i privati a investire su chi produce beni immateriali di interesse pubblico e lo fa bene, anche tenendo i conti in ordine». Insomma non si capisce perché la musica sì e il teatro no. «La musica storicamente nel nostro paese riscuote più credito, ma è un equivoco. Per questo chiedo al ministro di cogliere al volo l'occasione della prossima finanziaria per estendere l'Art bonus anche alla prosa. Al Piccolo non mancano gli sponsor e i donatori, ma sarebbero più contenti e forse darebbero di più se potessero usufruire del credito di imposta del 65. Se crediamo che il patrimonio culturale di un paese sia fondamentale, bisogna avere ancora più coraggio. Il prossimo passo dovrebbe essere la detrazione dalla dichiarazione dei redditi dei biglietti per spettacoli e concerti». I teatri di tradizione si sono fatti sentire e hanno ottenuto l'estensione dell'Art bonus. Perché i teatri di prosa non l'hanno fatto? «Ci siamo mossi, ma abbiamo incontrato parecchie resistenze e abbiamo un peso specifico diverso. So che l'Agis è d'accordo e mi risulta che Franceschini non escluda di rivedere la norma. Il Piccolo si fa carico di questa battaglia non per sé, ma perché ne sente la responsabilità civile ». Insomma da Milano si chiede al ministro di rimettere mani all'Art bonus. «Milano ha sempre saputo anticipare il valore della cultura. Non a caso qui, tra le macerie del Dopoguerra, è nato il primo teatro pubblico italiano».