Nel 1976 a Gemona e dintorni la scelta fu improntata al principio "Com'era, dov'era": aveva tra l'altro un enorme valore consolatorio per le popolazioni che non volevano sentirsi sradicate. Dall'Irpinia (1980) al sisma del 1997 (Umbria-Marche) fino a quello del 2009 in Abruzzo, non sempre ci si è mossi su questa strada, ma urbanisti e sismologi concordano: no ai modelli fissi, bisogna partire dall'esperienza sulle soluzioni collaudate Ricostruire, ma come? Ogni terremoto è un caso a sé, concordano urbanisti e architetti, ma non è detto che si debbano bandire i modelli, soprattutto quelli flessibili e adattabili a diverse condizioni. Come quello sintetizzato nello slogan "com'era, dov'era". Il 6 maggio del 1976, poco più di quarant'anni fa (ma altre scosse si ebbero fra l'11 e il 16 settembre), il terremoto colpì in Friuli un'area di 6 mila chilometri quadrati e i morti furono 950. Coinvolte erano circa 600 mila persone, 100 mila delle quali rimaste senza tetto. Nei primi mesi del 1977 era pronto il piano di ricostruzione di Gemona (10 mila abitanti, 400 morti). Nel 1983 erano partiti tutti i cantieri, l'ultimo dei quali chiuse nel 1988. Un record. E un risultato, a giudizio di molti, esemplare, ispirato al "com'era, dov'era", una regola che valse più in termini urbanistici, che architettonici. E che fu poi seguita solo in alcuni casi in Irpinia (23 novembre 1980, quasi tremila morti): "com'erano e dov'erano" risorsero in particolare i centri storici di Sant'Angelo dei Lombardi e di Caposele, grazie anche all'impegno di due architetti, Antonio Iannello e Nora Scirè, che lavorarono per conto della Soprintendenza. E soprattuto dopo il terremoto umbro-marchigiano del 1997. Ma la formula fu poi abbandonata nel 2009 a L'Aquila, dove si scelse la via dei 19 nuovi insediamenti, le cosiddette new town e dove solo a distanza di anni è partita la ricostruzione del centro storico. Il primo ricordo di Giovanni Pietro Nimis, l'urbanista che coordinò i lavori a Gemona e anche a Venzone e Artegna, è un altro slogan: "Facciamo da soli!". Era uno stato d'animo e anche un progetto politico: l'autonomia, sentimento radicato in una regione marginale, e la partecipazione dei cittadini. La lezione del Friuli? "La rottura di una tradizione che voleva lo Stato centrale artefice di tutto", esordisce Nimis, che su quelle vicende ha scritto diversi libri, l'ultimo dei quali s'intitola Autobiografia di una ricostruzione, con prefazione di Guido Crainz. "Da noi l'iniziativa fu affidata alla Regione, che fu felice di delegarla ai Comuni. E i Comuni, un po' schiacciati da questa responsabilità, promossero una intensa partecipazione dei cittadini. La partecipazione ci fece restare con i piedi per terra. Ero incaricato di sottoporre ad assemblee popolari le delibere proposte in giunta. E la prima decisione, sostenuta da tutti, fu quella di riparare gli edifici danneggiati, ma non crollati, per ridurre il numero dei senza tetto e per dare il segno che la vita stava riprendendo". Ai consigli comunali partecipavano gli abitanti di Gemona, che avevano diritto di parola. Si formarono comitati di tendopoli. "La Protezione civile è nata lì", racconta Nimis, "come emanazione delle persone e delle istituzioni locali, saliva da sotto, non calava da sopra". Erano gli anni Settanta, sopravvivevano forme di democrazia dal basso di cui qualche tempo dopo si sarebbero perse le tracce. E il Friuli era una regione di stretta coesione sociale, promossa anche dal mondo cattolico. Non fu solo rose e fiori, aggiunge Nimis: "Quelle assemblee erano anche l'occasione per manifestare egoismi e molti si concentravano solo sul riavere il dovuto". L'altro slogan torna subito nelle parole di Nimis: "Dov'era, com'era". Fu la bussola che orientò la ricostruzione. Ma, aggiunge Nimis, fu anche uno slogan ansiolitico. "Era una potente consolatoria dell'immaginario, un efficace scongiuro contro il maleficio di vedersi sfilare la terra sotto i piedi". Nessun trasferimento altrove, Gemona sarebbe rimasta lì dov'era da secoli. Sarebbero rinate le piazze, le strade, l'impianto del centro storico sarebbe stato riproposto intatto. "Ho solo inventato i portici in alcune vie per allargare la strada senza arretrare le facciate degli edifici". E quindi, dov'era e com'era? "Non avremmo mai potuto resuscitare le macerie, riproducendo in pochi mesi la patina che il tempo aveva depositato su quelle pietre. Il "dov'era, com'era" suonava come l'utopia consapevole dell'iperrealismo. Ma servì, perché la popolazione fu indotta a partecipare a ogni fase della ricostruzione e a condividere regole e discipline per salvaguardare il senso dei luoghi". Era il recupero del senso dei luoghi l'obiettivo primo da raggiungere. Insomma tutto sarebbe tornato come prima, ma tutto sarebbe stato diverso. Quindi un "com'era" relativo. Anche perché, ricostruendo, occorreva rispettare rigorose norme antisismiche. "Ma quelle", spiega Nimis, "costituivano solo un problema edilizio, non comportavano problemi di spazio. Certo, si dovevano evitare, e noi li evitammo, corpi sbilenchi ed eccessive torsioni. In tutti i modi privilegiammo l'ortogonalità". Si doveva ricostruire con umiltà, insiste Nimis, "scrivere su un quaderno sul quale in futuro altri avrebbero dovuto scrivere, senza sentirsi vincolati eccessivamente". Terremoto in Emilia: le 50 immagini simbolo Dal Friuli non giunge un modello da consegnare a chi ricostruirà Amatrice e gli altri paesi distrutti il 24 agosto. "Mi sentirei patetico", confessa Nimis. Ma i risultati sono lì: una ricostruzione in tempi ragionevoli, complessivamente giudicata come riuscita. Anche se i centri storici che avevano preso a svuotarsi continuarono a svuotarsi e nelle campagne si riprese a tirar su villette. E nel tempo avanzò l'impressione di un certo oblio, ai limiti dell'immotivato, come se il terremoto non ci fosse mai stato. Un terremoto colpì una vasta regione fra l'Umbria e le Marche nel 1997. I morti furono 15 e i senza tetto 11 mila. Si sperimentò fin da subito un modello istituzionale nuovo: furono nominati tre commissari, che però non calavano da chissà dove, ma erano i due presidenti di Regione e il direttore generale dei Beni culturali, che si occupò del patrimonio storico-artistico (crollò parte della Basilica di San Francesco ad Assisi). La partecipazione dei cittadini e il "dov'era, com'era" furono la bussola che orientò la ricostruzione. Roberto De Marco, per dieci anni direttore del Servizio sismico nazionale, ricorda assemblee infuocate, dove si discuteva di tutto. "Noi volevamo allestire villaggi di prefabbricati, ma molti di coloro che vivevano in case sparse chiedevano che il prefabbricato sorgesse vicino alle loro abitazioni", ricorda De Marco, "la nostra soluzione era considerata la più razionale, la meno costosa e la più utile per fare comunità. Ma esaminavamo caso per caso e quando era possibile accontentavamo le richieste". La sistemazione temporanea era la premessa per una ricostruzione necessariamente lenta, ma ispirata al criterio che, laddove le condizioni lo consentivano, non ci sarebbe stato nessuno sradicamento di popolazione. La Regione e i sindaci curarono la pianificazione. Si cominciò riparando gli edifici che avevano danni più lievi, poi si ricompose l'unità dei centri storici, da Foligno e Nocera Umbra, da Colfiorito a Sellano e Serravalle di Chienti. "Nella ricostruzione in Umbria e Marche valse una regola di sussidiarietà, dallo Stato alla Regione, dalla Regione al Comune e ai cittadini", aggiunge De Marco. "Noi pubblicammo le tipologie edilizie del luogo, indicando quali parti era indispensabile venissero salvaguardate nel ricostruire, perché l'identità dei centri abitati non venisse snaturata". In Umbria venne chiamato a lavorare anche Nimis, a dimostrazione, dice, che "le esperienze si cumulano", anche senza proporre modelli vincolanti. "Regole, soluzioni e criteri collaudati costituiscono la base sapiente di un approccio sistematico, anche se non risolutorio, da cui sarebbe logico prendere spunto", aggiunge l'urbanista friulano. "Non è possibile che tutte le volte si debba partire da zero, in un paese flagellato come il nostro. E' indispensabile che in tempi di quiete, come si dice, si varino norme che, anche senza fissare dettagli minimi, regolamentino la ricostruzione", insiste De Marco.
la Repubblica
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Francesco Erbani
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