L'ex direttore degli Uffizi da oggi in pensione, era l'ultimo della «scuola» di via della Ninna Lunedì ha fatto portare via centinaia di libri dall'ufficio quello di rappresentanza, al piano nobile della Galleria, già di Luciano Berio e Anna Petrioli Tofani e ieri in uno scatolone ha raccolto le sue ultime cose. E dopo 35 anni Antonio Natali ha lasciato gli Uffizi, dove è entrato come giovane funzionario e di cui è stato direttore dal 2006 alla fine del 2015 quando gli è subentrato Eike Schmidt. Con lui se ne va l'ultimo esponente della «scuola di via della Ninna», quel nucleo di storici dell'arte e critici che, da Ugo Procacci e Luciano Berti, passando per Mina Gregori allieva di Roberto Longhi, Marco Chiarini, Mario Salmi, Anna Maria Petrioli Tofani, Franca Falletti, Carlo Sisi, Bruno Santi, Alessandro Cecchi, Antonio Paolucci, Cristina Acidini, è arrivata al maremmano da tempo trapiantato a Firenze. Nessun rinfresco o saluto collettivo come chiesto da Natali ma il gruppetto dei suoi collaboratori più fidati e di lunga data lo ha salutato la scorsa settimana con dolcetti fatti in casa e spumante italiano. «Natali ha richiesto sia al museo che agli Amici degli Uffizi che non fossero fatte cerimonie o celebrazioni per il suo ultimo giorno di lavoro, e rispettiamo questa richiesta spiega Schmidt Gli ho fatto di cuore i miei auguri personali e so per certo che rimarremo in stretto contatto perché ci sono già vari suoi progetti di mostre e libri all'orizzonte che lo legano agli Uffizi». Un addio lungamente annunciato dopo che il concorso cui Natali ha partecipato si è chiuso con la scelta di Schmidt, ed arrivato subito dopo il compimento di 65 anni, giunto lunedì. «Ho avuto tempo per elaborare il distacco dice sorridendo con una punta di amarezza Antonio Natali non è il giorno dell'epitaffio, della "camera ardente" come ho detto a chi è passato stamani. Sono arrivato qui il 2 gennaio del 1981, in punta di piedi e me ne vado in punta di piedi, senza feste perché odio l'ipocrisia delle feste di pensionamento, sono un po' orso». Il direttore è arrivato sempre prima delle 8 e andato via per ultimo «ma non sono un martire, è che ci sono tante cose da fare, problemi da risolvere, si deve lavorare tanto» , si è arrabbiato a volte con i sindacati, ha fatto della Galleria la sua famiglia «tanto che quando dico di un libro che mi serve "l'ho lasciato a casa" ed in realtà è nel mio ufficio mia moglie mi sgrida» , puntando, per le mostre, non sui grandi nomi. Il suo rimpianto più grande forse è non vedere completati i Grandi Uffizi, per ogni sala aveva già disegnati gli allestimenti delle opere, ma lui sottolinea: «Mi dispiace non avere educato di più, non aver fatto capire meglio che la nostra arte è fatta tutta di cime alte, con alcune altissime come Michelangelo che non svettano però da una pianura..». Tornerà spesso agli Uffizi? «La Galleria è stata tutta la mia vita ma non risalirò quelle scale, per rispetto al mio passato e al futuro degli altri. E non credo ai grandi amori che diventano amicizia spiega Natali Ho tanto da fare e dato che il mio modo di pensare confligge con i cambiamenti in peggio nel nostro settore voluti dall'ultimo governo è meglio che sia stato pensionato. Io non sono per il denaro come valore, i numeri, il museone, ma per l'etica, la conoscenza, gli Uffizi nel territorio. E da domani, come privato cittadino dirò la mia su quello che non mi trova d'accordo».