Burocrazia e tempi lunghi per avere i fondi Chiese e monumenti transennati, negozi vuoti, edifici pubblici e privati disabitati, impalcature ovunque. È l'altra faccia di una ricostruzione che ha funzionato, ma non senza ombre. A quattro anni dal terremoto che colpì l'Emilia, i centri storici di una ventina di comuni del cratere, i più danneggiati dei 60 interessati dal sisma, attendono una ricostruzione che stenta a decollare. Cavezzo, Mirandola, San Felice sul Panaro, Concordia e Finale Emilia portano ancora evidenti i segni del terremoto. Molto è stato fatto, specie per le abitazioni private, ma non tutto è andato per il verso giusto. A partire dalla ricostruzione dei beni culturali e storici, andata a rilento. Il modello Emilia presenta un bilancio in chiaroscuro che in alcuni casi è stato appesantito da lungaggini burocratiche e da procedure che nonostante le migliori intenzioni si sono rivelate a volte macchinose. I soldi c'erano e ci sono ma chi è ancora in attesa racconta di trafile estenuanti. Dei circa tre miliardi di euro stanziati per ricostruire abitazioni e imprese, finora ne sono stati liquidati solo 1,7 miliardi. Va detto che l'allora presidente della Regione Vasco Errani si trovò a costruire di sana pianta un nuovo impianto normativo e giocoforza non tutto è filato liscio. La scelta di coinvolgere direttamente i Comuni nel controllo e nella concessione dei contributi è andata senz'altro incontro alle esigenze dei cittadini ma a volte ha comportato l'allungamento delle procedure e problemi di organizzazione delle singole amministrazioni, non tutte all'altezza del compito. I tempi lunghi sono stati giustificati con la necessità di controlli serrati e verifiche puntuali per scongiurare sprechi o peggio. Il sistema delle white list per le imprese coinvolte nella ricostruzione ha sostanzialmente funzionato ma non sono mancate eccezioni, inchieste e scandali: dai subappalti alle ditte legate alla 'ndrangheta a scuole costruite con cemento depotenziato come a Finale Emilia. L'inchiesta della Dda di Bologna sulle infiltrazioni in regione ha fatto emergere gli appetiti delle mafie per il business del post sisma e la presunta connivenza con amministratori pubblici e imprese emiliane. Poi c'è il tema delle imprese, una particolarità del terremoto in Emilia. Mai era capitato prima in Italia che sisma colpisse un'area così altamente industrializzata. Le grandi aziende, specialmente quelle del biomedicale, sono ripartire subito grazie alle assicurazioni, le medio-piccole, le imprese artigiane hanno spesso annaspato. Le pratiche per i risarcimenti sono andate a rilento costringendo gli imprenditori, già fiaccati dalla crisi economica, a delocalizzare o ad anticipare di tasca propria. Non tutti sono ripartiti.