L'aspetto che più mi sorprende in questa classifica non è tanto la prima posizione del Castello Sforzesco o la seconda della Pinacoteca di Brera, musei che contengono entrambi capolavori molto conosciuti da tutti. Il dato più interessante è che visitatori comuni non gli storici dell'arte o gli addetti ai lavori abbiano preso in seria considerazione e commentato la loro visita a piccoli musei che una volta venivano detti «di nicchia» ed erano frequentati praticamente solo dagli specialisti. È un bellissimo segno. Significa che il bisogno di crescita culturale è ormai evidente anche in una Milano che vuole affermare un ruolo pilota in Italia e in Europa. Ed è anche bello che la differenza fra antico e contemporaneo non venga più percepita così netta come quando salire sulle spalle della nostra vecchia cultura era considerata un'attitudine passatista. Ora è un modo per andare verso il futuro dell'era globale da una posizione identitaria forte. Come diceva Pasolini, soltanto la rivoluzione salva il passato. E la rivoluzione dell'arte non provoca né sangue né morti. Finché c'è cultura non ci sarà guerra. Fate l'arte, non la guerra!