«Succede coi terremoti quello che succede con le alluvioni, grazie al cronico rifiuto di ogni programmazione e intervento preventivi. Morte e distruzione, nella loro tremenda entità, si devono alle case costruite sui pendii friabili, alle industrie costruite nelle golene dei fiumi, agli alberghi costruiti sul tracciato di antiche valanghe, a strade costruite sopra terreni di riporto, alle bonifiche insensate di zone umide, che sono lo sfogo naturale dei corsi d'acqua, al prelievo rapinoso di materiali dai fiumi, con sconvolgimento del loro alveo, della loro portata e conseguente erosione delle coste». Così scriveva, sul Corriere della Sera, Antonio Cederna nel 1980 a proposito del terremoto sull'Irpinia. Ieri erano vent'anni dalla sua scomparsa, eppure quello scritto appare di una ineccepibile, profetica attualità. Chi scrive, ha avuto il privilegio, nel 2008, di curare la selezione degli articoli di Antonio Cederna per un volume ideato e curato dalla sezione romana di Italia Nostra, allora presieduta da Maria Antonelli Carandini: fu lei a realizzare il volume con Vanna Mannucci, per l'editore Palombi. Fu un'esperienza indimenticabile perché in ogni scritto di Antonio Cederna (maestro di un'intera generazione di giornalisti del Corriere della Sera , fu un attento e paziente consigliere dei giovani cronisti romani del tempo, che non lo dimenticheranno mai) emergeva la sua furia polemica ma soprattutto la sua capacità di prevedere, con la solita preoccupazione, il futuro. A Cederna, noi romani dobbiamo moltissimo. Per esempio la salvezza dell'Appia Antica da una speculazione edilizia cieca quanto ignorante della bellezza, e l' ideazione del Parco. Oggi sembra una realtà acquisita, in verità è il frutto di lunghe battaglie. Scriveva Cederna sul Corriere il 24 gennaio 1970 quando, finalmente si arrivò alla proposta di legge per il parco pubblico (firmatari personaggi come Antonio Giolitti e Ugo La Malfa, accanto a Flavio Orlandi): «Questa proposta accoglie finalmente il voto di tutti coloro che, per tanti anni, si sono battuti in nome dell'interesse pubblico contro l'agguerrito schieramento di coloro che considerano il territorio nazionale (e i suoi comprensori illustri) come semplice area fabbricabile da lottizzare, cementificare, asfaltare e privatizzare». Due culture contrapposte: la cieca cementificazione contro la consegna di un bene culturale e ambientale preziosissimo alle future generazioni. Gli scritti di Cederna su Roma sono tutti così: appunto profetici ma anche legati tra loro da una mirabile coerenza intellettuale e civile: i Fori Imperiali, il centro storico, la lunga vicenda della Collezione Torlonia con i suoi marmi greci e romani tuttora chiusi in una cantina (c'è un progetto, vedremo), il verde urbano e le ville storiche, la questione dell'Hilton e del Foro Italico, Capocotta. Ciò che rende unico il viaggio negli scritti di Cederna è la sua capacità di non perdere mai il contatto col lettore, individuato come un interlocutore da pari a pari, immaginato come pronto ad accogliere le sue istanze e le sue riflessioni. Cederna non si è mai comportato, nei suoi scritti, come uno di quei detestabili moralisti che sembrano parlare ex cathedra, ma come un compagno di strada sulla via di una futura Italia più civile, colta, attenta al proprio Patrimonio. Vent'anni dopo, è doveroso dire ancora una volta grazie ad Antonio Cederna, che è stato una vera colonna di questo nostro giornale.