«NON è un mistero che sia molto legato a Bari, ma la città che amo dovrebbe prendersi cura dei pezzi della sua storia più antica, a cominciare proprio dalla muraglia, e pensare di governarne la salvaguardia e la valorizzazione. Ci deve essere manutenzione e capacità di programmare interventi che non siano casuali ma affidati a qualcuno che sappia guardare all'antico con professionalità e cultura». Sono queste le parole di Amerigo Restucci, già rettore fino a tre mesi fa dello Iuav (Istituto universitario di architettura di Venezia) e ora presidente della Fondazione universitaria di Venezia, dinanzi alla muraglia di Bari che si sgretola. Professore, qual è la posta in gioco? «Rispetto alle città meridionali Bari è una delle poche che ancora conserva le sue mura medievali e i suoi castelli, sia il normanno svevo che il Fortino. A est e ovest la città aveva due punti fortificati, fortunatamente giunti fino ai giorni nostri. Questo dato di fatto dovrebbe far riflettere chi ha governato o governa la città, visto che lo stato odierno delle cose è evidentemente frutto di disattenzione da parte di chi se ne sarebbe dovuto occupare. Ed è grave perché si tratta di un segno identitario della città molto forte ». Che fare allora? «La muraglia ha bisogno urgente di manutenzione e tutela. E qui si aprono alcune considerazioni. Se si interviene con le tecniche del restauro conservativo, bisogna riprendere gli stessi materiali che la caratterizzano, ovvero la calcarenite tufacea. Un'accortezza che non sempre è stata rispettata. Tant'è che a metà della muraglia è visibile l'innesto con altri materiali che certo non colloquiano bene con i segni della storia. A questo punto, mi pongo una serie di domande». Vale a dire? «La soprintendenza ha inserito il restauro delle mura nei finanziamenti ordinari? O si è messa unitamente, al Comune e alla Regione, alla ricerca di un finanziamento straordinario? Sono domande che mi pongo perché ritengo che si possa aprire una riflessione perché, magari, si utilizzino i finanziamenti europei messi a disposizione da un progetto rivolto proprio al restauro delle mura e dei castelli delle città del Mediterraneo, a cominciare dall'uso dei materiali originari». Una possibilità reale? «Immagino di sì. Ora Bari potrebbe essere antesignana di un progetto per il recupero della sua memoria e rilanciare all'esterno, nel resto d'Italia e non solo, un segnale importante di cultura. Sarebbe un modo anche per "rimediare" a certi errori del passato» A cosa allude? «A una città che uscita dal suo aspetto medievale attraverso l'avvio della costruzione di una città nuova con il Murattiano e che poi, nella seconda metà del '900, ha conosciuto uno sviluppo tanto caotico quanto disordinato ». E del completamento del restauro di Santa Scolastica, con la riapertura del museo archeologico che ne dice? Sarebbe dovuto accadere entro la fine del 2015, ma il cantiere è ancora lì. «Quando si parte nei colloqui con la storia bisogna chiuderli in fretta, altrimenti la ferita langue. Non so davvero se, in questo caso, si tratti di un problema nel reperimento delle risorse o di incapacità nella realizzazione. Alle mura e alla storia di Bari aveva guardato già con attenzione e rispetto, secoli fa, Federico II quando intervenne sul castello facendo lavorare i suoi migliori artisti come Nicola Pisano, diventato celebre poi il pulpito nel duomo di Siena. Solo per dire che, chi aveva governato nel passato, aveva messo al lavoro uomini capaci. Diciamo che, adesso, non c'è più tempo da perdere». Qual è la sua preoccupazione? «Che una volta per tutte si riesca finalmente a mettere a dimora le memorie di questa città. A Bari arrivano le grandi navi da crociera e migliaia di turisti, portati poi a visitare i trulli di Alberobello o le grotte di Castellana. Possibile che non si debba offrire loro qualcosa da vedere a Bari? E non è confortante sapere che l'Archeologico sia ancora in attesa di un'identità. Bisogna restituire dignità espositiva ai pezzi della storia di Bari, non tenendoli più chiusi nei depositi. È un discorso che vale anche per la pinacoteca, che conserva bellissime opere e meriterebbe soltanto di essere vista da un più congruo numero di visitatori» (a.d.g.).