Qualunque artista di buon senso sa che, se si vuole godere di ricordi postumi, è opportuno evitare di nascere o morire a metà agosto, periodo tradizionalmente distratto. Avvertenza ignorata da Umberto Boccioni, pittore e scultore futurista di prim'ordine, prematuramente morto a 32 anni il 17 agosto del 1916, centenario coperto in questi giorni da un certo silenzio. Peccato veniale, almeno qui a Milano, dove all'artista è stata appena dedicata un'ampia mostra a Palazzo Reale; ma il ricordo puntuale è doveroso. Boccioni non era milanese, ma a Milano ha avuto il fondamentale incontro con il fondatore del movimento futurista, Filippo Tommaso Marinetti, e da allora le ha dedicato le migliori energie, riprendendola in quadri meritatamente famosi, come la visionaria «Città che sale», oggi al MOMA di New York, o le «Officine a Porta Romana», replicate in diverse versioni. Erano i primi anni del secolo scorso, e Boccioni, con gli altri futuristi, dipingeva le aspettative che covavano in quella metropoli in divenire e nelle sue attività: quelle della cerchia urbana che si espandeva, nel brulicare del lavoro e dei rumori, che quegli artisti riassumevano nel culto della velocità. Non era solo un tema cittadino, anzi: quella Milano artistica era così rappresentativa del mondo che il movimento futurista, nelle sue idee un po' confuse ma sicuramente innovative, ha avuto ampia risonanza all'estero dalla Francia alla Russia, al Sudamerica fenomeno raro per la cultura italiana dei tempi recenti. Merito del fondatore, l'inesauribile Marinetti, ma anche di un gruppo di artisti che, insieme a Boccioni, poteva contare su talenti come Carlo Carrà o Giacomo Balla, tutti ambasciatori convinti della città che saliva. Sale anche oggi quella Milano, e lo fa prevalentemente bene, nelle sue forme nuove di tanti quartieri che la migliore architettura contemporanea va ridisegnando. Se Boccioni potesse guardarla ora, la apprezzerebbe; probabilmente sarebbe invece deluso dalla presente stasi artistica, così lontana dalla vivacità dei suoi tempi. Nostalgia? Mica tanto: difficile dimenticare la retorica bellicistica dei futuristi, la loro esaltazione di schiaffi e pugni, quelli che Boccioni ritrasse in un suo altro quadro celebre, la «Rissa in Galleria», e che condussero gran parte del movimento prima all'interventismo nella grande guerra e poi all'adesione al fascismo. Peccato, però: è come se l'instabilità sociale fosse una condizione necessaria per avere momenti di creatività artistica fuori dal comune.