«Tagliamo il monte di Michelangelo» La società che estrae marmo: cava in esaurimento, spianiamo una nuova vetta, Polemiche in Versilia FORTE DEI MARMI (Lucca) E' una delle creste dell'Altissimo, il monte grigio di Michelangelo. Guardando il monte dal mare di Forte dei Marmi sta alla destra della vetta che domina colline e spiagge della Versilia. Forse ancora per poco, perché dopo millenni da guardiano questo sperone delle Apuane rischia di scomparire per sempre, trasformato in marmo, ridotto in pietre. La Henraux, società lapidea versiliese con 147 dipendenti e quasi due secoli di storia, chiede di abbattere la cresta. L'unico modo, sostiene insieme ai sindacati, per mantenere l'occupazione ed evitare il licenziamento di una ventina di cavatori. Sull'Altissimo Henraux è proprietaria delle Cervaiole, l'eccellenza delle cave, da dove estrae uno dei marmi più pregiati al mondo. Il giacimento però è quasi prosciugato e adesso resta solo il cucuzzolo: cento metri di altezza e trecento di larghezza, secondo i responsabili del Parco delle Apuane, soltanto 50 metri di altezza per i sindacati favorevoli al taglio. La Versilia si è divisa. Sindacati e Comuni sono possibilisti, vogliono trovare un accordo per salvare il lavoro e decine di famiglie che rischiano di restare sul lastrico. Il Parco delle Apuane è schierato per il no al taglio, insieme ad ambientalisti, paesaggisti e storici dell'arte. Perché per il fronte del no l'Altissimo non è solo una montagna, ma uno scrigno di storia. Qui Michelangelo arrivò nel 1517, tracciò una strada sino al mare (fondando di fatto Forte dei Marmi) e trasse alla base il marmo migliore. Che gli servì per realizzare le enormi colonne per la facciata della chiesa di San Lorenzo a Firenze, un progetto mai portato a termine. Il Buonarroti non giunse mai alla vetta del monte grigio, fermato da enormi difficoltà. «Ma fu lui a scoprire che l'Altissimo era un enorme giacimento marmifero, e lo studiò accuratamente spiega Piero Pierotti, ordinario di Storia dell'architettura all'Università di Pisa . Altri grandi, seguendo la sua tecnica e utilizzando la sua strada fino al mare, usarono quel marmo. Lo fecero Vasari, Giambologna e Ammannati, che da qui trasse il materiale per forgiare la statua del Nettuno in Piazza della Signoria a Firenze». Ieri a Carrara si è svolto un summit, tra i sindaci e gli amministratori di Stazzema e Seravezza, due comuni dell'Altissimo, e il presidente del Parco delle Apuane. Altre riunioni saranno organizzate nei prossimi giorni per trovare una via di uscita, una mediazione. Sempre che sia possibile. Dice Giuseppe Nardini, presidente del Parco: «L'Altissimo è un patrimonio dell'umanità e bisogna fare di tutto per salvare quella cresta. Con un po' di buona volontà credo che sia ancora possibile». Andrea Antonioli, segretario della Cgil della Versilia ribatte: «II marmo fa parte della tradizione della vita di intere generazioni. Il problema è governarne l'estrazione. Quel cucuzzolo deve essere tagliato per salvaguardare il lavoro di tanti cavatori. Ma in seguito bisognerà fare un piano serio per tutelare ambiente e lavoro. Non si può continuare ad estrarre e poi esportare, il materiale va lavorato in Versilia, come accadeva una volta. E poi devono valere regole uguali per tutti. Non si possono chiudere due occhi a Carrara e scandalizzarsi in Versilia». Lo scultore Retro Cascella è combattuto. «Tra etica ed estetica confessa , il primo impulso sarebbe quello di dire giù le mani dall'Altissimo, via le cave dalle Apuane i monti dei grandi capolavori della scultura mondiale. Però ci sono anche gli operai, la loro vita, il loro lavoro. Credo che l'arte, la storia, la cultura e il paesaggio debbano trovare un accordo con esigenze diverse». Antonio Paolucci, sovrintendente ai musei di Firenze, lancia una proposta: «II lavoro va salvaguardato, ma lo sfruttamento delle Apuane è ormai intollerabile. Contingentiamo l'uso delle cave, rendiamo il lavoro delle società che estraggono marmo compatibile con un patrimonio di interesse mondiale. Non può prevalere l'egoismo di oggi. Questi monti devono essere lasciati il più possibile intatti, pensando anche a chi verrà dopo di noi».