DUE SONO le storie che racconta la mostra "Un tempo ritrovato. La scoperta di Murlo" aperta fino al 18 settembre al castello di Murlo dove è stata allestita in occasione del festival Bluetrusco. Una è la storia dello scavo archeologico di Poggio Civitate, il più importante nella storia degli studi sugli etruschi, avviato nel 1966 dall'Università Amherst del Massachussets sotto la direzione del professor Kyle Meredith Philips che recepiva un'intuizione del padre dell'archeologia italiana Ranuccio Bianchi Bandinelli, e di cui quest'anno si festeggiano i primi cinquant'anni; l'altra è la storia di Murlo, il paese di duemila abitanti che (insieme a quello vicino di Vescovado) assistette alla scoperta di un enorme insediamento etrusco rimasto sepolto per tremila anni, vi partecipò attivamente e da quella scoperta venne del tutto trasformato. Nei cinquant'anni successivi si è investito sulla nascita di un museo, l'Antiquarium di Murlo parte integrante del circuito dei musei senesi, ed è cresciuta la notorietà del "palazzo del principe" che attrae migliaia di visitatori ogni anno. Persino il Dna dei murlesi è stato prelevato nell'indagine dell'Università di Torino sulle origini degli etruschi. Cinquant'anni adesso raccontati da una settantina di fotografie in bianco e nero, esposte al palazzo vescovile, provenienti dall'archivio dell'università americana che ha condotto gli scavi, in simbiosi con gli studiosi svedesi, e che ancora oggi ogni estate prosegue il lavoro di ricerca e di restauro, e appartenenti a quello di Göran Söderberg, fotografo e architetto che arrivò a Murlo per la prima volta nel '68, e subito capì che non si trattava di un sito qualunque: le immagini in bianco e nero testimoniano il progredire degli scavi, ma soprattutto la vita della gente che ruotava attorno a quel progetto emozionante, giovani archeologi, studiosi, operai del posto, gli abitanti che in ogni modo hanno collaborato. La Murlo degli scatti non è quella turistica di oggi, ma quella delle strade polverose, delle case ancora senza acqua e luce, del sole a picco sulle pietre, dei braccianti in canottiera in posa a fianco delle archeologhe svedesi, della cuoca Armida, oggi novantenne, che preparava il coniglio e lo spacciava per pollo agli americani. E poi anche quella del re Gustavo di Svezia in visita agli scavi, del sopralluogo del sindaco di allora Maurizio Morviducci, la cui lungimiranza ha portato all'acquisto del palazzo poi divenuto sede del museo. Le fotografie ritraggono anche Ingrid Edlund Berry, l'archeologa svedese all'epoca giovanissima, che ha scoperto il primo esemplare del celebre "cappellone", ovvero il gruppo di acroteri che sovrastava il tetto del palazzo di Poggio Civitate. Racconta aneddoti che sembrano riferirsi a un mondo lontanissimo: «Il professore consigliava a noi ragazze d'indossare la gonna e non i pantaloni, quando andavamo nel vicino paese di Vescovado, per non apparire eccentriche». Mentre tra le rocce emergeva una città sepolta, sulla collina cresceva Murlo e la sua comunità.
MURLO - Nel villaggio dove gli archeologi scoprirono i segreti degli etruschi
La mostra "Un tempo ritrovato. La scoperta di Murlo" è aperta al castello di Murlo fino al 18 settembre. La mostra racconta la storia dello scavo archeologico di Poggio Civitate, avviato nel 1966 dall'Università Amherst del Massachussets, e la storia di Murlo, il paese che assistette alla scoperta di un enorme insediamento etrusco. La mostra presenta una settantina di fotografie in bianco e nero, provenienti dall'archivio dell'università americana, che documentano il progredire degli scavi e la vita della gente che ruotava attorno al progetto.
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