Da qualche giorno il paesaggio veneziano gode di una purezza diventata negli anni sempre più rara. La quasi totale assenza di umidità rende ogni colore di un pastello intenso, nitido. Ce l'eravamo quasi dimenticata un'aria così tersa, d'estate. Ogni palazzo, ogni gamma di luce è di un'intensità unica. Perfino l'acqua della laguna sembra distillarsi in infinite gradazioni di verde e di blu. Uno spettacolo davanti al quale il nostro sguardo si perde, come se si fosse disabituato a tale naturalezza. Così, domenica scorsa, anche il fumo nero e acre di etilene e propilene vomitato sullo sfondo di questo meraviglioso paesaggio dalle ciminiere di Porto Marghera, sembrava comunque paradossalmente congruo al contesto, con tutta la gamma di neri e di grigi che si stagliava nitida nel blu del cielo sopra Venezia. Congruo, tutto quel nero, perché ben inserito dentro a quel paradosso epocale che si chiama Porto Marghera. Coerenti, quei fumi velenosi, alle scelte di chi un secolo fa disse di averne abbastanza della troppa bellezza di Venezia, della sua unicità. Di chi decise che bisognava affiancare a quell'insieme così unico di arte, di storia e di architettura qualcosa che stridesse, che fosse al passo con le altre città. Fu così che più o meno volontariamente venne messo in pratica il grande paradosso: tutta quella bellezza, addirittura esagerata, aveva bisogno di un bilanciamento estetico. Un polo industriale. È come se fosse nata così, per paradosso, Porto Marghera. Per noi che siamo nati da queste parti, le due entità sono sempre coesiste, nel paesaggio e nell'immaginario, perché la forza della bellezza di Venezia è tale da rendere spettacolare anche il brutto, anche l'obbrobrio e per questo allora troviamo magnifici anche i tramonti dietro Porto Marghera, visti dalle Zattere, così come sono perversamente attraenti anche le grandi navi, quando le vedi delinearsi sullo sfondo, imponenti e mostruose e pericolose tanto quanto le ciminiere e i fumi alle loro spalle. È questo, il paradosso del paradosso: continuiamo a mettere ogni bruttezza possibile dentro a tutta questa bellezza, e tac, anche quelle mostruosità assumono un loro valore estetico, unico quanto il luogo circostante. È questo risultato a fregarci. A renderci comunque alla fine inermi davanti a quelle che comunque restano delle aberrazioni, delle mostruosità. Ecco, quelle due colonne di fumo nero, al di là del deficit di sicurezza e - soprattutto - di comunicazione ai cittadini da parte del Comune, diventano il simbolo della Venezia attuale, che sta perdendo identità, ruolo, speranze e che non sembra più riconoscersi in se stessa, in tutta la sua esagerata bellezza, di cui non sa più che fare, che svende come se fosse un supermarket del bello, dell'arte, della storia. Quelle due colonne di fumo nero devono farci aprire gli occhi, dobbiamo mettere fine al paradosso cui noi veneziani siamo ormai abituati. Perché non deve bastare la certezza che, alla fine, la vera bellezza prevarrà, perché Venezia saprà salvarsi a prescindere da noi. Ce la farà, sicuro, ma sarebbe auspicabile che fossimo finalmente noi, a decidere che questa città non va svenduta ma preservata, e il più presto possibile. Per salvare, con lei, noi stessi e le generazioni che verranno.
Corriere della Sera
10 Agosto 2016
La vera bellezza salverà Venezia
RO
Roberto Ferrucci
Corriere della Sera
Il testo descrive il paesaggio veneziano come un luogo di bellezza intensa e unica, grazie alla sua assenza di umidità. Tuttavia, il fumo nero e acre di Porto Marghera sembra essere un elemento coerente con questo contesto, anche se è un simbolo della bruttezza e della perdita di identità della città. Il testo esprime la preoccupazione per il futuro di Venezia, che sembra essere in pericolo di essere svenduta e persa. L'autore chiede di mettere fine al paradosso in cui si è abituati a mettere la bruttezza accanto alla bellezza, e di decidere di preservare la città e le sue generazioni.
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Bene culturale
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