Lo stop dei Beni culturali, esulta il Comitato. I progetti approvati dalla Regione e i molti dubbi sul business dei micro-impianti Sono centinaIa le richieste di micro-centrali idroelettriche presentate alla Regione Veneto. Una partita politica, economica ed ambientale di grande rilievo, che in genere sfugge all'attenzione proprio per la sua grande frammentazione. Le derivazioni sui piccoli corsi d'acqua - ma anche su "colossi" come il Piave - producono reddito, ma anche il rischio di gravi danni agli ecosistemi locali e alla fauna fluviale. In questo campo, accade alle volte che Davide batta Golia, anche se la complessità delle procedure e i lunghi iter impediscono spesso di porre la parola fine. E' il caso della centrale che la Astico impianti srl vorrebbe costruire sul rio Val di Tovo, nel Comune vicentino di Arsiero. Un gruppo di proprietari dell'area riunito in Comitato e difeso dall'avvocato padovano Maria Pia Rizzo è riuscito a bloccare il progetto, costringendo la Conferenza dei servizi della Regione a congelare un'approvazione che sembrava ormai scontata. Maria Pia Rizzo Maria Pia Rizzo Un caso apparentemente isolato che, però, potrebbe fare scuola. La Astico impianti srl è partecipata al 100 per cento da oltre venti Comuni del Vicentino tra cui Thiene (che è socio di maggioranza), Arsiero e Velo d'Astico di cui Giordano Rossi, presidente della stessa Srl, è sindaco. Il rio in questione misura solo tre chilometri e mezzo, ha un andamento carsico e presenta già alcune derivazioni verso gli acquedotti. Secondo i calcoli dei progettisti, la portata media sarebbe di 70 litri al secondo, ma i legali dei "resistenti" hanno osservato come per questo calcolo sia stata presa in esame la piovosità del 2014, un anno eccezionale con il 57 per cento in più di precipitazioni rispetto all'anno precedente. Un aspetto non secondario, visto che la fattibilità economica della centrale è legata a una produzione minima di 600 mila kilowattora all'anno. E una previsione probabilmente sovrastimata, si osserva: il perito di parte del Comitato ritiene che non si arriverà neppure a 450 mila kilowattoraanno. Inoltre, il rio Tovo ha un bacino imbrifero di soli tre chilometri e mezzo, dunque largamente inferiore a quei dieci chilometri indicati da vari decreti come dimensione minima per installarvi microcentrali idroelettriche. I ricorrenti minacciano ricorso alla Commissione europea, "che ha già intrapreso due procedure d'infrazione contro l'Italia e la Regione Veneto, per l'affermazione del sacrosanto diritto all'ambiente e del territorio, essendo perfettamente a conoscenza di come, tra le fonti rinnovabili, gli impianti idroelettrici e tra questi i mini e microimpianti, siano tra i più devastanti per il territorio e i più antieconomici rispetto alle altre fonti di energia pulita". La Conferenza dei Servizi ha escluso la necessità di procedere alla valutazione d'impatto ambientale, ma lo stop alla Regione è arrivato direttamente dalla Sovrintendenza ai beni culturali che, modificando un suo precedente parere favorevole, ha espresso parere negativo al progetto, non ritenendo idoneo il sito in questione "per la valenza dei caratteri paesaggistici". Secondo il sovrintendente Fabrizio Magani, "il piano di monitoraggio (presentato dalla Astico, ndr) non comprende alcun elemento di tipo paesaggistico, né in fase di costruzione, né in fase di esercizio, relativamente agli aspetti quantativi": dal cosiddetto deflusso minimo vitale (cioè il flusso di acqua che rimane dopo la presa dell'impianto idroelettrico, per garantire la vita del fiumetorrente per la fauna acquifera dopo l'intervento), ai dati sulla piovosità e sulla portata. Il progetto comprometterebbe un ambito paesaggistico tutelato (mettendo a rischio, sottolinea Rizzo, anche la scomparsa di un raro gambero di fiume), e comunque per la Sovrintendenza e questo è un principio generale che potrebbe impattare su molti altri progetti simili - sarebbe opportuno "localizzare le opere in ambito che abbiano già caratteri di antropizzazione". Secondo Rizzo, la Regione si fa beffe della sostenibilità ambientale, omettendo una reale valutazione del rapporto tra costi e benefici e privilegiando "il mero vantaggio economico degli investitori, scaricando per lo più sui cittadini l'intero costo dell'opera". La Conferenza dei servizi che fa capo al dipartimento Difesa del suolo della Regione, preso atto della bocciatura della Sovrintendenza parere vincolante, dunque non superabile - e dei rilievi mossi dall'avvocato Rizzo, ha ravvisato "la necessità di un supplemento d'istruttoria", rinviando a una prossima seduta a data da definirsi. E adesso? Sinora, nel 2016, sono state presentate in Regione 12 nuove domande di derivazione. Secondo il dossier idroelettrico del Cirf, il Centro italiano per la riqualificazione fluviale, in Veneto ci sono 283 impianti e 202 nuove istanze di nuove concessioni, ma la cifra è in difetto perché il dossier risale al settembre del 2014. Un dato significativo: mentre la potenza complessiva degli impianti esistenti è di 1.123 megawatt, quella degli oltre 200 che andrebbero ad aggiungersi è di "appena" 116,8 megawatt: tantissime microcentrali per un business non si sa quanto redditizio, ma con un sicuro contraltare in termini di sostenibilità paesaggistica. (p.c.)