Compaiono sullo sfondo nelle foto ricordo degli sposi, nelle migliaia di selfie del concerto di Springsteen al Circo Massimo, si vedono dalla terrazza internazionale della Fao e persino dai paesetti dei Castelli Romani: le bandiere multicolore piantate da Daniel Buren sul Palatino sventolano protagoniste di una mostra epocale Par tibi, Roma nihil, collettiva di arte contemporanea voluta dalla Soprintendenza ai Beni archeologici di Roma con il Romaeuropa Festival, curatrice Raffaella Frascarelli, da un'idea di Monique Veaute. L'artista francese, classe 1938, superstar minimalista dell'arte internazionale è a Roma prima di una vacanza sull'isola di Procida. Seduto all'ombra nell'Aula Isiaca del Palatino, scruta soddisfatto gli sciami di turisti che passeggiano sotto La scacchiera arcobaleno ondeggiante, un fondale multicolore all'estate, un tocco in qualche modo refrigerante. Come è nato questo suo lavoro, il primo qui a Roma? «Quando me l'hanno proposto ho subito detto no. No, non ho tempo di venire a Roma, non posso occuparmene. Poi ho saputo che il sito che ora lo ospita è stato chiuso per trent'anni: lavoro da anni soltanto "in situ", per far reagire la creazione a un contesto. Allora ho pensato di lavorare sulle bandiere. Mi piaceva l'idea del sole, del vento. Ma mi sono detto anche, non voglio fare qualcosa che ho fatto già. E sulle bandiere ho lavorato tanto, in passato. Per questo, ho puntato sulla distanza nello spazio, sulla profondità dell'allestimento. Ne è scaturito un lavoro tecnicamente semplice: un "assemblage" di bandiere: una via di mezzo tra un arcobaleno, un disegno immenso che ricorda un tappeto e che diventa un muro che sventola, " un mur qui flotte". La posizione in cui si trova l'opera è formidabile». Il titolo che ha scelto per l'opera è altamente narrativo. Sembra richiamare a delle legioni romane, i colori evocano dei giochi di bandiere circensi. È una deroga alla sua storica militanza concettuale? «Una bandiera è sempre un simbolo. E in questo caso un simbolo aperto. Ma il riferimento al simbolo non c'è. Così come non c'è storia né volontà di narrazione. È una cosa semplice: una bandiera che sventola. Certo, il richiamo al simbolo resta. Ne sono consapevole». Qual è lo specifico di questo lavoro rispetto ai suoi precedenti in cui ha utilizzato delle bandiere? «Il fatto che sia un insieme di bandiere, un muro di bandiere. Lo hanno realizzato qui a Roma, dei tecnici esperti. C'è un mio lavoro che fa parte da tempo della collezione del Beaubourg, la bandiera singola è immediatamente ricollegabile a un simbolo. Per me questa opera è: vento, colore, arcobaleno. Punto». La scacchiera sarà smontata a fine settembre; l'opera sarà perduta. È una rinuncia al futuro dell'arte? «Quello che mi piace dell'arte è la sorpresa. Quindi oggi penso: il futuro dell'arte sarà una sorpresa. Mi piace giocare con l'opera, non attribuirgli una funzione che per me in ogni caso non ha. La forza dell'arte è che non ha bisogno di clienti. E che (a differenza dell'architettura) non ha una funzione. La cosa peggiore che possa capitare a un'opera d'arte è che venga lasciata marcire nell'incuria. Allora, meglio che sparisca». Sono tempi di successo per lavori che puntano sul gioco e l'interazione. Come i Floating Piers di Christo sul lago d'Iseo o le installazioni di Carsten Höller viste alla Tate. Vale anche per i suoi interventi? «Creare situazioni da parco Disney non mi interessa. L'arte vale di per sé, il suo valore si capisce con il tempo, un secolo dopo. Quello che c'è di bello in un'opera d'arte è il suo spirito gratuito, il fatto che sia un dono, "in situ" ».