Quando i tempi sono incerti i problemi finiscono per aggravarsi. Qualche volta può andar peggio, se le questioni sono al tempo stesso controverse e delicate, se accendono le passioni (e gli interessi), se come è consuetudine italiana dividono in guelfi e ghibellini. Parliamo di cultura, ovviamente. Solo negli ultimi giorni le Soprintendenze sono state inscatolate nelle Prefetture, i Teatri d'opera hanno ricevuto nuove opzioni formali per un futuro un po' fragile, la Televisione di Stato ha qualche nuovo generale, e come d'uopo sono fiorite le polemiche. La questione di fondo, a ben vedere, non è stata mai davvero affrontata: qual è il rapporto tra potere e cultura in una democrazia? Questione gravida di parole, slogan, etichette e luoghi comuni, spesso frasi da Bacio Perugina che nascondono un coagulo mercantile del quale l'unico obiettivo è il denaro pubblico. Certo, indispensabile per la vita stessa delle imprese culturali, ma spesso sintomo della benevolenza del principe. Il punctum dolens di tutta la questione si chiama valutazione. Chi (o che cosa) sostenere, e perché? La sostanza del finanziamento pubblico della cultura è la qualità dei programmi, concetto del tutto volatile e contraddittorio: non dimentichiamo che anche gli esperti si scannano per un libro, un film o un concerto. La scena osservandola con occhi da marziano è triste e grottesca. Le imprese della cultura sottopongono i loro progetti all'amministrazione, che delega la valutazione a esperti di vario rango o a meccanismi bizantini (la pioggia di bandi ha reso asfittico e servile il sistema culturale). Se il progetto convince di più, finisce per ricevere di più. Il nostro marziano lo definirebbe un meccanismo censorio. E capirebbe che in questo modo si accentua il rischio di negoziati opachi, rendite di posizione, conflitti d'interesse. Nessuna sorpresa se i professionisti della cultura si considerano rivali (e spesso si disprezzano a vicenda): la coperta dei fondi pubblici non si può dilatare. Questo sistema ha prodotto un grappolo di organismi e relazioni che sta stretto a chiunque, non è un caso che se ne lamentino tutti. Il presidente della Regione Campania ne indica i non pochi elementi di fragilità, ma al tempo stesso ne enfatizza il valore che se ne potrebbe trarre; la via indicata è ricondurre i processi di valutazione dentro un unico ente (Scabec, si ipotizza) snellendo le procedure e unificando la visione. Naturale che la cosa possa suscitare perplessità e paure. Guardando la situazione con animo laico, che il governo del territorio si ponga il problema di superare un sistema così bizzarro può essere un buon segno di responsabilità: la cosa pubblica dovrebbe essere mossa da orientamenti strategici, e il sostegno alla cultura dovrebbe poter individuare (e possibilmente misurare) il contributo di mostre, spettacoli e ogni altra iniziativa al perseguimento degli obiettivi strategici pubblici. Ad esempio facilitando il pluralismo della cultura, incentivando l'accesso, rafforzando le sinergie creative e progettuali, soprattutto deregolamentando. Sostituire un valutatore con un altro, continuare a basare scelte finanziarie su giudizî estetici, ostinarsi a inseguire una presunta eccellenza lascerebbe il sistema nella palude in cui langue da troppo tempo. Non sono gli attori a dover cambiare, ma il copione.