Il direttore: «Chi mi ha preceduto è stato bravo, ora meno burocrazia e più tecnologia» Sylvain Bellenger traccia il bilancio dei suoi primi sette mesi alla guida del museo di Capodimonte: «Sono stati sette mesi di lavoro ininterrotto, per 15 ore al giorno, dedicati ad un progetto che ora sta finalmente prendendo forma». Il direttore appena arrivato a Napoli disse che si sarebbe trasferito negli alloggi del museo: « Non l'ho ancora fatto. L'alloggio di servizio è occupato da discendenti dei dipendenti». Promuove i suoi predecessori, ma annuncia una svolta tecnologica. «Sono stati sette mesi di lavoro ininterrotto, per 15 ore al giorno, dedicati ad un progetto che ora sta finalmente prendendo forma». Il direttore di Capodimonte Sylvain Bellenger mostra una foto sul suo smartphone. «È il pubblico del concerto di domenica, mille persone. Straordinario». Appena arrivato disse che si sarebbe trasferito a vivere a Capodimonte. Lo ha fatto? «Non ancora. Vivo nella mia casa di Monte di Dio. L'alloggio di servizio è occupato». Occupato abusivamente? «Sì, dai discendenti di vecchi dipendenti. È una storia che va avanti dal 1956 di cui ho interessato la Questura. Si tratta di tre famiglie che dovranno andar via, ma voglio che trovino una situazione decente. Per ora vado avanti e indietro, spesso con la navetta». Navetta che funziona ancora poco. «Lo so bene. È poco conosciuta, ma il marketing diventa impossibile se i tempi fra il turismo e le questioni amministrative sono così sfasati. Occorre lavorare con almeno un anno o due per la programmazione. E invece ci areniamo con la burocrazia». E il collegamento alla rete metropolitana? «Ideale, ma per ora non esiste. Occorreva un piano B». L'autonomia dei direttori del musei ha scatenato qualche malumore. A Firenze c'è stata una insurrezione sul corridoio vasariano degli Uffizi e pure la rivoluzione che lei vuole portare a Capodimonte ha raccolto dissensi. «È la realtà dei musei che è cambiata e l'autonomia è uno strumento per una rivoluzione politica e culturale. In passato il pubblico non era sempre considerato centrale e la burocrazia era ancora più rilevante. A Capodimonte sono necessari alcuni cambiamenti. Il primo piano non ha l'aria condizionata e dal secondo in poi c'è un impianto vetusto, sembra di stare in un bagno turco. L'illuminazione non rende giustizia alle opere, fatta eccezione per i Caravaggio, non c'è il wi-fi, mancano punti di informazione in rete. E poi si deve lavorare sulla sicurezza, con un impianto di videosorveglianza. I custodi sono il primo contatto con il pubblico e devono cambiare atteggiamento e abiti. Nella città dell'eleganza non possono essere sciatti». Dica la verità sta pensando di coinvolgere una sartoria. «Sto pensando a Kiton. Ma sarà costretto a fare un bando. Io sono velocissimo, la burocrazia è lenta». La sua giacca è Kiton? «No Cucinelli, il mio preferito. Ma Kiton è uno straordinario simbolo della sartoria industriale napoletana». Torniamo in galleria. Lei dunque cambierà l'allestimento di Spinosa? «Nicola Spinosa ha fatto un lavoro fantastico, ma oggi il mondo è diverso, il pubblico più largo. Incoraggio i curatori a imparare a parlare a chi non sa nulla. E sono i più. E poi ho bisogno di valorizzare l'Ottocento, il Grand Tour. Non dimentico certo che è grazie a Raffaello Causa e a Spinosa che l'arte contemporanea ha trovato posto a Capodimonte. Io lavoro allo sviluppo di basi solide ben messe. È stata una fortuna arrivare dopo di loro che hanno organizzato una collezione ben studiata. Qui l'anarchia non è intellettuale, ma solo amministrativa». Passiamo al parco. Anche lì ha in mente una poderosa rivoluzione. «Mi sto muovendo alla ricerca di mecenati e per approntare bandi per gli edifici che sono nel bosco, che diventeranno una scuola per giardinieri, un ristorante a chilometro zero, un luogo musicale, una foresteria». Ai giardini chi provvede ora? «Una ditta che è stata coinvolta per lavori di somma urgenza. Ma sta per essere pubblicato un bando per la cura del verde e spero che a vincere siano napoletani dalla grande competenza botanica». Ha fatto realizzare due campi di calcio... «E arriveranno quelli di cricket, aree pic nic, altre destinate ai cani e ai bambini. Capodimonte è un giardino di quartiere, un bene pubblico e non solo a parole. Per ora vedo ancora manifestazioni di inciviltà ma sono certo che la gente sarà più rispettosa se entra in un circuito virtuoso». La questione della civiltà riguarda tutta la città. «Sa cosa fanno a Parigi? I graffiti vengono cancellati entro un giorno. In piazza Plebiscito ho visto scritte da almeno due mesi. Se la polizia, che pure è in servizio nella piazza, fosse più incisiva sulla difesa degli edifici pubblici la città sarebbe più bella e turistica». Mi spieghi il legame fra graffiti e turismo. «Il graffito è il segno di una città fuori controllo. E questo fa paura ai turisti. Al Comune dico aiutateci e in 2 anni tutto potrebbe andare a posto». Le sono stati assegnati 30 milioni. Come li spenderà? «Prima di prendere questi soldi voglio garanzie tecniche per gestirli. Non voglio intralci burocratici e una struttura amministrativa vera. Non ho risorse sufficienti e ho troppi anziani. Occorre un linguaggio nuovo e la conoscenza delle leggi». Sta pensando a nuove assunzioni? «Sarà inevitabile». Mi dia un po' di numeri. «La pianta organica è di 270 persone, compresi i custodi. Ne abbiamo solo 217, di cui 20 andranno in pensione il prossimo anno. Abbiamo bisogno di 30-40enni che sappiano che nel mondo si parla in inglese, che abbiamo amici su Facebook che ci aiutino ad entrare nel nostro secolo. Voglio un museo normale con una mission comprensibile a tutti». Insomma la burocrazia è un nemico ma a Napoli, sul fronte avverso, molti intellettuali sono schierati contro la pratica dei prestiti. «È un comportamento provinciale, che è un freno per il museo. L'unico limite è la fragilità dell'opera perché è indispensabile essere nella mappa mondiale dei musei e far conoscere non i capolavori dei depositi, ma quelli esposti. Vadano per il mondo anche i Caravaggio. Quando una delle sue tele è stata mandata a Monza, su richiesta del Fec che ne è il proprietario, sono insorti quelli che mai una volta sono venuti a vederlo». Passiamo alle mostre che ha in programma. C'è chi sostiene che non abbiamo legami con Napoli. «Ciascuno dei nostri progetti ha una sua eccezionalità e una storia. Partiamo a novembre con un prestito del Metropolitan Museum. ''La Suonatrice di liuto'' di Jan Vermeer che arriva a Napoli per la prima volta. Ad aprile sarà la volta di Picasso con una mostra sugli influssi della cultura popolare napoletana sulla sua opera. Quindi Degas in un racconto che metterà in luce le sue origini napoletane. Altra mostra in programma quella sulla Napoli angioina, nel 2019, per la quale arriverà una Bibbia angioina custodita alla biblioteca di Parigi che va in prestito per tre mesi una volta ogni cinque anni. Le mostre oggi vanno programmate con tre o quattro anni di anticipo. Ora sono in partenza per gli Stati Uniti dove incontrerò il gruppo americano degli amici di Capodimonte. Mecenati cui chiederò sostegni che per loro, grazie agli sgravi fiscali, sono molto convenienti». Insomma ci sono spiragli più interessanti che per l'Art bonus, che in Campania ha funzionato poco? «È un progetto che è stato comunicato male. Noi ci abbiamo messo la fontana dei Savoia. Bastano 180mila euro».