Seguendo l'itinerario garibaldino da Salemi a Calatafimi, nemmeno Napolitano si fermò l'11 maggio 2010 a Vita, che è a metà strada ed è passaggio obbligato lungo l'attuale statale 188 come lungo l'antica consolare che serpenteggiava più a sud e che oggi ricalca la provinciale 61, tanto mitica quanto ignorata. Qualche garibaldino ha trascritto Vitri nel suo diario, segno che Vita era proprio destinato a rimanere fuori dalla storia. Maria Scavuzzo, presidente della Proloco, non sa spiegarsi perché si parli solo di Calatafimi: «Eppure qui era attivo un ospedale, il San Giuseppe, oggi in ruderi, dove molti garibaldini feriti nella battaglia di Pianto romano furono soccorsi e alcuni morirono». In quello che Cesare Abba chiamò «piccolo borgo, case rustiche, molte catapecchie, una chiesa» il variopinto esercito di Garibaldi vi reclutò nuovi "picciotti" ricordati oggi in una lapide murata nel municipio. Vito Tibaudo, storico di Vita, precisa che il generale ristette molte ore in cima a Pietralonga, che sorge all'uscita del paese: «Da lì si osserva uno spazio enorme sicché fu proprio da quell'altura che Garibaldi decise lo schieramento in battaglia. Alcune compagnie le tenne peraltro vicino a Vita per proteggere l'ospedale e una eventuale ritirata». Pietralonga, Calemici e Pianto romano sono le tre colline dell'orgoglio risorgimentale e del disonore borbonico. Disposte come la cintura di Orione, costituiscono il teatro del giorno più celebre e celebrato della spedizione dei Mille: la battaglia divenuta leggenda per la vittoria di 1200 uomini "raccogliticci" (come li definì il generale napoletano Landi) e male in arnese conseguita su 3600 soldati regolari armatissimi e disciplinatissimi. «Ma non erano motivati, a differenza dei garibaldini osserva Francesco Fiorello, storico di Calatafimi e studioso dei Mille. Tanto fu l'ardore che non fece alcun danno l'improvvida e antimilitaresca iniziativa dei picciotti partiti all'assalto così improvvisamente che Garibaldi dovette ordinare alle camicie rosse la carica immediata». La provinciale 61 passa ai piedi di Pianto romano, dove l'Italia emise col sangue il primo vagito e che il garibaldino Giuseppe Capizzi intese come il luogo di «una vittoria dei segestani sulle coorti dell'antica dominatrice del mondo», ma in realtà prende il nome da una certa famiglia Romano che vi piantò i "chianti", cioè le prime pianticelle di vite, e lo fece risapere. A piangere sui crinali della collina sono stati invece i volontari e i borbonici. In cima sorge il sacrario, progettato da Ernesto Basile, che conserva le ossa dei 34 garibaldini e dei 35 "regii" caduti, benché solo dei primi siano riprodotte le foto. Il mausoleo si scorge biancheggiante da lontano e corona un doppio filare di cipressi chiamato "Viale della rimembranza" che porta a una stele con su inciso la famosa frase «Qui si fa l'Italia o si muore» che, come l'altra altrettanto famosa «O Roma o morte», echeggia da decine di balconi siciliani, a stare alle sottostanti lapidi. I cippi lungo il viale sono in rovina, l'ossario è preda di continue infiltrazioni d'acqua la cui umidità lo sta consumando, il decoro del posto è minato da arbusti ed erbacce, l'impressione generale è di incuria e abbandono. «Occorrono almeno 400 mila euro per il ripristino e la Soprintendenza ha ormai deposto le armi dice il sindaco di Calatafimi Vito Sciortino La proprietà è dello Stato ma la gestione è della Soprintendenza che ha chiesto la sdemanializzazione e l'affidamento ai Beni culturali della Regione così da poter costituire con il Comune e un'associazione di tecnici una società di gestione, un po' come è stato per Segesta. Ma siamo in una fase di stallo mentre il sacrario è ridotto in condizioni pietose». Starebbe molto peggio se non ci fosse Girolamo Amato, che ha 73 anni e vive in una ca- sa a cento metri. Quando vede gente avvicinarsi lascia la zappa e si offre come custode e cicerone: anche lui da volontario, visto che non è pagato se non con qualche mancia dai visitatori più generosi. Dal '54 all'80 fu custode il padre, agricoltore anch'egli, con la differenza che era retribuito grazie a contratti a termine rinnovati ogni anno. Poi l'incaricò passò a Girolamo fino a quando, nel '93, la Soprintendenza nominò dei custodi, che trovarono fin troppo comodo il lavoro tanto da farlo a piacimento. Perciò non è durata e l'Ossario è tornato nella disponibilità di Girolamo, che è diventato custode abusivo e dice di avere avuto le chiavi sei anni fa dal Comune, quando era atteso il capo dello Stato, ma il sindaco smentisce: «Noi non c'entriamo niente con il sacrario». Di fatto è però Girolamo a ricevere i visitatori. Non è certo un viavai. «A sette chilometri c'è Segesta dice dove ci vanno pullman ogni giorno. Qui vengono invece non più di una ventina di turisti la settimana, da soli e perlopiù d'inverno. L'Ossario non è pubblicizzato ed è una vergogna oltre che un disastro tenerlo così». Qualche tempo fa è andato dal sindaco intendendo rappresentare la necessità di alcune lampadine nel sacrario. Appena il sindaco lo avverte che il Comune non si può permettere nemmeno una lampadina se ne va dicendogli: «Continuo a comprarle io». «Tutte le amministrazioni comunali sono state indifferenti si rammarica Leonardo Vanella, il secondo e ultimo studioso locale di Garibaldi per cui la gente non è sensibilizzata. Sono finiti i tempi di primo Novecento quando insegnanti come Vito Vasile portavano per obbligo scolastico i loro alunni a Pianto romano illustrando dal vivo la battaglia». Ma per la verità, fino a qualche decennio addietro, sia Vanella che Fiorello, entrambi insegnanti, hanno fatto la stessa cosa con i loro scolari, cosa oggi impossibile giacché la data coincide con la festa della Regione e con un giorno di vacanza. L'anniversario del 15 maggio è dunque diventato un'occasione festaiola e mangereccia per pochi gitanti. Quest'anno appassionati di cavalli hanno indossato la camicia rossa, hanno scalpitato un po' sul piano dell'Ossario e poi, seguiti da strapaesani in macchina, si sono ritrovati nel bosco Angimbé per distribuirsi prodotti tipici trovati già imbanditi. Della memoria dei caduti non è rimasto che lo stereotipo. Nessuna impressione ha destato la recente scoperta, fatta da Vanella rovistando tra i documenti dell'Archivio comunale, che i cadaveri furono lasciati per giorni a decomporsi sotto un cielo di scirocco sulle falde di Pianto romano. «Il fatto che comunque venga scelto Pianto romano come punto di ritrovo osserva Nuccia Placenza, responsabile della Pro loco calatafimitese dimostra l'attaccamento al luogo ». La Pro loco si è impegnata nella qualificazione di Vicolo dei Mille e prova a tenere vivo un sentimento popolare che nei fatti non risponde più all'idea di grande legame che con gli eroi nazionali offrono le decine di vie e piazze eponime. Casa Garibaldi, ricavata dalla donazione di don Antonino Pampalone e adibita a museo risorgimentale, non conserva che pochi cimeli ed è insignificante meta di visitatori, sebbene il generale vi abbia dormito sia nel 1860 che due anni dopo. Del resto le stesse testimonianze garibaldine sparse in paese richiederebbero un pronto restauro, a cominciare dal monumento bronzeo di Garibaldi nella Villa comunale intestata a suo nome per proseguire con le lapidi murate in municipio e Piazza Plebiscito, dedicate all'insurrezione del 12 maggio e alla vittoria di Pianto romano. Ma la memoria oggi costa troppo. (3. continua)