Un unico affresco mancava nella chiesina di San Defendente, a Clusone. È quello riportato alla luce ora grazie alla tecnica del laser. Svelati dettagli, colori e anche errori. Posati all'ingresso ci sono i depliant con qualche pillola di storia. E con l'immagine del «prima». Prima aureole, volti e armature, le piaghe della peste, anche, erano al buio. I santi non respiravano. Non raccontavano. Erano prigionieri di un muro di calce inspessita da secoli di umidità, in questa chiesina costruita tra i prati per le preghiere della gente. San Defendente, a Clusone, è sorta nella seconda metà del '400 come tempio votivo. È stata lazzaretto, per decenni deposito, l'appassionato di storia locale Mino Scandella sospetta anche polveriera, di sicuro fienile. Ora si prepara a svelare l'ennesimo capitolo del suo passato. Che sta qui, dal lato opposto dei depliant, alla fine dei banchi, dietro a una tenda tirata per assicurare al pubblico la sorpresa. È l'affresco che decora la parete a destra dell'altare e Valentina Monzani, la «chirurga», ci sta lavorando da aprile. Licenza poetica. Monzani, 35 anni, fa la restauratrice. Lo studio a Bergamo, nei ritagli tiene laboratori per bambini alla Gamec e lezioni di pittura al centro socio culturale di Borgo Palazzo. Chirurga, perché è stato grazie al laser che ha scoperto gli ultimi tre santi della serie. Anzi due. San Rocco, il rosario infilato nella cintura e il bastone in pugno, è tra San Defendente e San Defendente. Sono diversi, gli ultimi due, solo nell'abbigliamento. La scoperta è straordinaria per due motivi. Primo perché il grosso del restauro, eseguito tra il 2002 e il 2006, si era fermato a quest'angolo: «La carbonatazione spiega Monzani aveva reso la calce talmente dura che era impossibile rimuoverla con gli attrezzi classici. Era come tentare di scalfire il vetro». Si era capito che lì sotto c'erano altre figure, «ma aggiunge Pierangelo Giudici del comitato di San Defendente , eravamo stati costretti a bloccarci perché non si riusciva a restaurarli». Secondo. È straordinaria, la scoperta, perché l'affresco è stato recuperato con una qualità dei colori incredibile: «Tutti mi chiedono se lo sto ritoccando racconta Monzani e a tutti rispondo di no, non sto facendo nulla se non ripulire l'originale». Il laser, una volta calibrato, arriva al colore e lo sollecita. Risultato: è come se il pigmento, con una spallata, si liberasse della crosta grigia che lo soffoca. E più è intenso (nero, verde, blu, rosso) e più funziona. Serve invece un laser di maggiore precisione per gli incarnati. In ogni caso, l'affresco riaffiora con il minimo dei danni: «Si sono salvati dettagli prosegue la restauratrice che mai avremmo sperato di riportare alla luce». Come le venature di calce usate per lo sfondo, o le lumeggiature del rosario di San Rocco, o la linea tracciata probabilmente con la battitura della corda. O le pennellate. «Si notano, persino, i punti in cui l'artista ha cambiato idea», suggerisce Monzani. Una scarpa del primo San Defendente doveva essere troppo grande per il «maestro», il rosso sborda dal disegno. L'artista e la data, altre due chicche. Il primo è un pittore misterioso «sicuramente clusonese afferma Scandella . Non conosciamo il suo nome, ma lo stile è riconoscibile in alcune abitazioni antiche, in Sant'Anna e nella corte di San Michele». Di lui sappiamo che amava i volti delicati, le minuzie e i racemi d'edera attorcigliati alle colonne. L'affresco di San Defendente (non è il solo suo nella chiesina) è del 1525. «Ho trovato la data nella fascia alta dell'affresco conclude la restauratrice . Non riuscivo a decifrarla a occhio nudo, ma intuivo che sotto il nero c'era qualcosa. Ci sono arrivata fotografando quella parte di affresco e lavorando il file con Photoshop. Quando ho letto le cifre, non volevo crederci».