NAPOLI - «Le grandi mostre di Napoli? Direi le grandi mostre a Napoli. Sa quanti napoletani sono venuti a vedere quella bellissima dedicata a Velazquez? Il 20 dei visitatori, l'80 arriva da fuori». Nicola Spinosa, soprintendente ai Beni artistici e culturali, compie un'analisi serrata: «Il Rinascimento napoletano dell'allora sindaco Bassolino? Sì, allora si seppero cogliere l'orgoglio, l'identità di una città. Andato via Bassolino però ci si rese conto che mica si può vivere solo di progetti e di speranze. E in questa città la cui sola industria è stata l'edilizia non si è vissuto d'altro, con i giovani che escono dall'università e non trovano un lavoro e con l'edilizia sostituita da un'altra e sola industria locale, la camorra. Una camorra che ha frantumato il territorio in tante parti controllate ognuna da un clan diverso. E conta poco che abbiamo le stazioni del metrò più adornate da opere moderne se intanto il centro storico, la città antica, stanno diventando assolutamente impraticabili con l'intrusione quotidiana di bande che arrivano da periferie ancor più degradate. Con gli anni tutti i progetti sono venuti meno, basti pensare a Bagnoli. Qui mancano il governo della città e quello del territorio e ci sono responsabili. Bassolino che non sa fare squadra e la Iervolino che semplicemente non sa amministrare. E intanto uno dei monumenti più importanti, come palazzo D'Avalos, sta crollando e abbiamo due gallerie d'arte moderna di cui non si sa bene cosa fare. E l'Albergo dei Poveri su cui sono state spese tante parole? Abbandonato al degrado. Troppa improvvisazione e poca concertazione e nessuna programmazione, questa è la città dove ci si incontra e non si riesce a comunicare. E noi, ormai anziani, che lottiamo per mantenere in vita i nostri settori e intanto ci tagliano i viveri, e i giovani disperati, senza una prospettiva che non siano lavori a contratto, saltuari e malpagati. E così questa città, un tempo affascinante, punto di incontro tra occidente e oriente, lentamente si squaglia, scompare e i nostri successori non hanno nemmeno più i sogni, i progetti, la tensione morale che ci caratterizzarono. Per riuscire a rimediare? Le solite cose che tutti dicono e nessuno fa: riconquistare il territorio, smetterla con gli interventi di sola facciata, ma soprattutto dare un lavoro, vero, ai giovani». L'analisi disperata e disperante di Nicola Spinosa va a confrontarsi con quella di Gennaro Ferrara, storico rettore dell'università Partenope, già Navale. «Le responsabilità di tutto questo? Non ce n'è una sola, tutti quanti hanno le loro colpe, anche se non nella stessa misura e nella stessa qualità a partire dalle istituzioni, autoreferenziali e autocelebrative. E dire che negli ultimi 15 anni la città ha avuto una grande occasione di ripresa. Quando scoppiò la grande crisi del settore siderurgico pubblico, Bagnoli, contemporaneamente andò in crisi l'area portuale e anche il settore petrolchimico. Allora era l'occasione per cambiare il volto della città, per cambiare il porto da universale a specialistico. Invece chi poteva individuare una strategia complessiva non ha avuto respiro culturale e progettuale. Si è accontentato dell'imbellettamento autocelebrativo del cosiddetto Rinascimento napoletano». Il rettore non nomina mai Bassolino ma è come lo facesse. E prosegue: «D'altra parte creare città dormitori lasciate al loro destino, come Scampia o Secondigliano, ha avuto l'effetto di produrre dei veri ghetti, dove illegalità e malavita prosperano». E qui torna fuori, come nelle puntate precedenti, il problema del tempo. «Il tempo è un fattore fondamentale, non ne abbiamo molto per intervenire. Anzi, abbiamo tempi ristretti». E si ripete ancora una volta il solito leit motiv: per salvarsi bisogna fare sistema, agire tutti insieme. «Se le istituzioni, le università, il governo locale e quello nazionale, prefettura, carabinieri, polizia, imprenditori si raccoglieranno tutti insieme potremo ancora farcela. Sapendo che c'è molto da fare, anche perché se da altre parti quattro più quattro può fare dieci qui da noi fa al massimo sei». Insomma, comunque la si giri, l'aspetto della città rimane il medesimo. E vale in fondo poco riesaminare i tanti errori e le poche cose positive, sta di fatto che oggi Napoli è malata grave. Episodi di assalto al salotto buono, come le rapine fatte usando le auto come arieti in pieno centro sono prima di tutto uno sfregio, un sintomo (considerato che spesso avvengono a non oltre duecento metri da caserme e stazioni della forza pubblica). I giovani, soprattutto quelli dei quartieri periferici ma anche dei centrali quartieri spagnoli, crescono nell'evasione scolastica e nel disprezzo per tutto quello che è legalità. Poliziotti e carabinieri, basta chiedere in giro, sono sbirri, nella migliore delle ipotesi. Anche qui si è interrotta una antica consuetudine, tu eri sbirro e io mariolo, quando mi prendevi mi andava bene andare dentro. Ora non più: migliaia di persone cui è negato tutto vogliono ogni cosa superflua: cellulare ultima generazione, auto di lusso, orologio di marca. E se la vanno a prendere dove possono, dove vogliono. E l'altra parte della città comincia a ripensare al triste invito che fu di Eduardo: «Fuitevenne», scappate.
Napoli, la priorità assoluta è dare un lavoro ai giovani
Nicola Spinosa, soprintendente ai Beni artistici e culturali, analizza la situazione di Napoli, che secondo lui è malata grave. La città ha perso il suo orgoglio e identità, e la sua economia è basata sull'edilizia e sulla camorra. Spinosa critica il governo della città e quello del territorio, che non hanno fatto nulla per migliorare la situazione. Gennaro Ferrara, storico rettore dell'università Partenope, concorda con Spinosa, ma aggiunge che la responsabilità è di tutti, anche delle istituzioni e degli imprenditori. Ferrara critica il fatto che la città non abbia mai avuto una strategia complessiva per cambiare il suo volto.
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