C'è una cosa che mette d'accordo proprio tutti a Firenze, istituzioni pubbliche e imprenditori privati: si decide di fare un'opera, si commissiona il progetto a un grande architetto possibilmente straniero, se è il caso si indice anche un concorso così si possono coinvolgere nell'operazione molti studi d'architettura e farsi ancora più belli. Si mette in piedi una ricca commissione con tanti professoroni e qualche assessore di passaggio che scelga il progetto migliore. Poi si organizza una mostra imponente, possibilmente agli Uffizi, Palazzo Vecchio, Palazzo Strozzi insomma qualunque luogo che profumi di Vasari, Brunelleschi, Alberti o Arnolfo dove mostrare ai fiorentini le opere proposte e elogiare quella scelta al cospetto del vincitore. Già che ci siamo si ricorda all'archistar che deve essere contenta, ora potrà avere una sua opera nella culla dell'architettura, qui dove tutto è cominciato, accanto (non proprio sempre accanto ma insomma non si può avere tutto) ai capolavori che di solito le archistar da giovani studenti son venute ad ammirare. Però ci si premura anche di ricordare alla città che è ferma più o meno dal tempo del fascismo che ora si riparte, si ricomincia a costruire bellezza, che è la volta buona davvero per stupire il mondo. Poi si cominciano i lavori, se c'è una enorme buca da fare è meglio perché così alla fine qualcosa rimane per molti anni, forse per sempre. Infine non se ne fa nulla. Di solito qualcuno decide che quell'opera non serve più (stazione Foster) oppure è brutta (pensilina di Isozaki). Qualcuno resiste, come Rogers a Scandicci: via l'onda di cristallo che caratterizzava il suo progetto, ma il palazzo ora c'è. Altre volte sono le archistar ad accorgersi che qualcosa qui non funziona e se ne vanno loro: Calatrava rinuncia dopo aver vinto il concorso al nuovo museo dell'Opera del Duomo, Jean Nouvel se ne va d'impeto dopo che la BaldassiniTognozzi voleva cambiare il suo albergo: macché pergola all'interno del giardino, via quei bagni inutilmente grandi, e poi il marmo, siamo pazzi, toglietelo. Anche la facciata andava rivista, quel muro verde progettato con il botanico Patrick Blanc si poteva rivedere, abbiamo qui pronto uno schizzetto di una facciata normale, guardi se le va bene. Insomma sappiamo come è andata, Nouvel è scappato a gambe levate, intascando giustamente un po' di soldi per il disturbo. A noi è rimasto il cratere. Perché i lavori a Firenze si cominciano (quasi) sempre. Ora le buche sono due, quasi una di fronte all'altra. Quella di Nouvel e quella di Foster. Ricorderanno ai posteri questa nostra specialità. Che anche la storia della stazione Tav buttava male noi lo si era capito subito, invece il resto del mondo ci guardava fiducioso, come la rivista Monocle , bibbia del design e dell'architettura, che nel 2012 usciva con 24 pagine dedicate a Firenze e invitava i suoi lettori a prevedere un viaggio nel 2014 per poter essere i primi a vedere il nuovo capolavoro dell'autore del Millennium Bridge di Londra, del viadotto di Millau, della stazione di Dresda: la nuova stazione dell'Alta velocità di Firenze. Qui tutto doveva ancora cominciare, e quelli già compravano i biglietti del treno. Poi ti sorprendi della Brexit, cioè che gli inglesi se ne vogliano stare per conto loro. Comunque, Lord Foster arrivò a Firenze, era il 25 gennaio del 2002, per presentare con le autorità il suo progetto. Il sindaco, era Leonardo Domenici, disse che la nuova stazione era un fondamentale segno di innovazione e qualità urbana. Ricordò anche che questo progetto aveva dimostrato ancora una volta come i grandi architetti contemporanei considerino Firenze un luogo ideale dove misurarsi, non solo per il suo passato ma per il suo futuro. E lo sventurato Domenici fece anche alcuni nomi: Jean Nouvel, Santiago Calatrava, Arata Isozaki, Renzo Piano «autori di importanti opere per la nuova Firenze». «La sua stazione disse rivolto a Foster sarà il simbolo del salto infrastrutturale e della rivoluzione della mobilità che la città si appresta a vivere». Foster raccontò la sua stazione verticale, le avanzate tecnologie che aveva usato (mica poteva immaginare che venti anni dopo si fosse ancora a fare il buco) e spiegò che la sua opera voleva armonizzarsi perfettamente con Firenze ed essere un monumento per la storia. Non sapeva che di un'altra storia parlavamo, quella delle cose non fatte. Alla fine, anche lo stadio nuvola di Fuksas è volato a Roma (come centro congressi). Qui è stato travolto dalle polemiche, le inchieste che fermarono la vecchia giunta Domenici, il grande parco della Piana e l'aeroporto di Peretola. Tutto fermo, tutto immobile. Gli architetti qui da noi non riescono a costruire neanche un inceneritore a Sesto Fiorentino (il progetto Gae Aulenti, chissà come andrà a finire). Che poi a proposito di cose non fatte la vicenda esemplare è quella di Isozaki, anche lui passato attraverso un concorso internazionale per il progetto della nuova uscita degli Uffizi, anche lui glorificato e premiato con mostre e attestati, anche lui dimenticato in qualche cassetto. Ma qui non c'è neanche l'ufficialità, anzi. I lavori per l'opera di Isozaki, progettata nel 1998, potrebbero iniziare anche domani. A lui mica hanno detto nulla. Ma noi tutti sappiamo che non verrà mai fatta.