" Vedete il signore sulla scala? Per gli antichi gli automi erano questi». Eugenio Lo Sardo, curatore della mostra dell'Archeologico dedicata alla tecnologia dei greci, "Eureka", indica gli operai che alle prese con un'alta bacheca di vetro lavorano all'allestimento nelle sale del museo. Macchine o uomini? Non sapremo mai com'erano le "teste parlanti", come ebbero a definirli in un libro Sellerio del '99 i glottologi napoletani Massimo Pettorino e Antonella Giannini. I robot degli antichi. I giganti di bronzo, i cani d'argento, le splendide ragazze d'oro che accompagnavano il passo malfermo di Efesto, il fabbro divino. Ma possiamo tentare di immaginarlo nelle sale della mostra che sarà aperta per i prossimi sei mesi (fino al 9 gennaio, tutti i giorni tranne il martedì, 9-19.30; biglietto 9 euro con la visita al museo, catalogo Electa Napoli, con un testo di Salvatore Settis) nelle sale intorno al cortile, alcune delle quali hanno ospitato negli anni passati le mostre di arte contemporanea. A finanziarla è stata la Regione Campania e ieri a inaugurarla c'erano anche il viceministro dei Beni culturali Antonio Martusciello, la soprintendente Maria Luisa Nava, il soprintendente regionale Stefano De Caro, gli assessori Marco Di Lello per la Regione e per la Provincia Antonella Basilico. "Eureka" o, si potrebbe dire, il sequel di "Homo Faber", che costituì un fulcro d'interesse esteso all'Europa intera, partito proprio da Napoli. Indagate le applicazioni della tecnologia degli antichi, questa volta si cerca di risalire alle sue origini. Le sezioni sono undici, si aprono con gli"automata", le macchine giocattolo dei re o i mitici custodi difensori di città e palazzi inespugnabili, narrate da Omero o da Apollonio Rodio e ricostruite nel Seicento da geni immaginifici, come il gesuita dal multiforme ingegno Athanasius Kircher, al quale Lo Sardo ha dedicato nel 2001 la mostra romana "Il museo del mondo" . Invenzioni pagane che la cristianità doveva strappare all'ambito originario e riproporre in area scientifica, provandone la razionalità. Anche se Kircher qualche volta sembra si lasci prendere la mano. Appena entrati, come nella trama di Metropolis di Fritz Lang, incontriamo i greci che si ponevano il problema di sollevare dai lavori umili gli schiavi. Se dobbiamo credere a quanto scrive in uno dei suoi gialli della serie di Aristotele Margaret Doody - citata in catalogo da De Caro - il problema non era secondario, anche se la manodopera costava infinitamente meno della ricerca scientifica. Si pone poi la questione delle sembianze del robot avanti Cristo. Dall'automa-donna di Metropolis a C3PO di "Guerre Stellari", non è difficile immaginare una iconografia. Ma la mostra propone uno spettacolare vaso proveniente da Ruvo di Puglia che raffigura un gruppo. Al solito, la lettura delle figure che affollano le "strisce" sulla ceramica non appaiono di facile lettura. Ma qui l'effetto è immediato: i guerrieri sorreggono un gigante flaccido, lo sguardo fisso, meccanico, il corpo biancastro, diverso da tutti gli altri comprimarii. Su un altro cratere, che viene dal Museo del Sannio, più o meno la stessa scena: il titano che crolla, dal piede un genietto gli sfila qualcosa. Si tratta di Talos, il robusto guardiano di Creta, programmato per scagliare sassi contro le navi nemiche in avvicinamento. La maga Medea lo seduce, lo fa inciampare, dalla caviglia fuoriesce la vita (forse una metafora della fusione a cera persa, che si lasciava uscire dalle statue di bronzo). Così gli Argonauti possono sbarcare. Non è che una delle "creazioni" evocate in questa prima sezione. Opere di Efesto, ma anche di Dedalo, raffigurato con Icaro in volo su un intonaco ercolanese. L'azzurro di quel cielo è familiare a chi conosce il quadretto del veneziano Carlo Saraceni conservato a Capodimonte, ma l'artista barocco non poteva averlo visto. Dalle terre del mito il viaggio continua con l'ellenismo. Siamo nel 336 avanti Cristo, nei tredici anni di regno di Alessandro Magno scienze e arti fioriscono. Ecco il mosaico della Casa del Fauno che presto tornerà al suo posto "donato" dai mosaicisti di Ravenna e la Tazza Farnese che è raro vedere a una mostra. La "Pneumatica" è la sezione dedicata a fontane e acquedotti. Un modello è quello della Fontana della Civetta, uno dei meccanismi adottati secoli dopo per abbellire giardini e grotte di principi, un altro invece, nel cortile, riproduce l'orologio ad acqua di Ctesibio. "Il teatro delle meraviglie " propone il plastico del Teatro di Dioniso, con le menadi che girano e il fuoco che si accendeva come per magia. Compito di geni della scenografia, come i settecenteschi Bibbiena, ereditarne i dettami e metterli a frutto. È ancora Vitruvio a raccontarci gli strumenti musicali dei greci (e solo cinque composizioni sono giunte fino a noi). L'Atlante Farnese collocato in un planetario è simbolo della sezione dedicata alla geometria dell'universo. Poi scienze naturali ed esatte. Per chiudere con una delle sette meraviglie del mondo: il Faro di Alessandria, progenitore dei moderni grattacieli, alto 120 metri, che, come racconta Filippo Coarelli nel suo saggio in catalogo, utilizzava uno specchio enorme per rimandare la luce del fuoco a 55 chilometri di distanza. Per le navi, nessun pericolo. Tranne quello di scambiarlo per una stella.