Si è discusso a lungo su quanto influiscano sul turismo, e sull'economia locale, una fiction come quella del commissario Montalbano tra Ragusa e Scicli nella Sicilia barocca o film ad ambientazione storica e religiosa che registi internazionali hanno girato tra i Sassi di Matera. Non a caso le splendide cittadine cilentane sono state fatte conoscere al grande pubblico attraverso le immagini di «Benvenuti al Sud». In questi giorni al Festival di Ischia si è ricorso a un neologismo, cine turismo, che altro non è se non una delle tante nicchie di mercato, caratterizzata da un'utenza che si reca in visita alle location cinematografiche e televisive. Dopo aver fatto da sfondo a film come «Ferdinando e Carolina» di Lina Wertmüller girato alla Casina Vanvitelliana sul lago Fusaro, Capo Miseno ha fatto da cornice ad alcune scene del film campione d'incassi «Scusa ma ti chiamo amore». Proviamo allora a fare due conti e a snocciolare qualche cifra per dimensionare il fenomeno nella giusta portata: nel corso di un faccia a faccia al Giffoni Film Festival con i protagonisti di Gomorra, Marco d'Amore, alia Ciro di Marzio, ha rivelato che per la fiction nel napoletano hanno lavorato 1500 persone tra produzione ed esercenti vari, e l'indotto è valutato tra 16 e 18 milioni sul territorio. Il turismo culturale offre praterie inesplorate da conquistare, se si pensa che Unioncamere Campania nel Rapporto 2016, quantifica in oltre 1.100 le sole industrie culturali regionali specializzate in film, video e radio, con un valore aggiunto, pur se non pari a quello italiano, comunque molto elevato. Plastica testimonianza di come turismo e cultura possano andare a braccetto. Si tratta di numeri importanti, al di là degli effetti economici e occupazionali legati al rilancio dei ben noti giacimenti archeologici e turistici regionali. Purtroppo non è tutto oro quello che luccica. La politica culturale regionale non può essere affidata unicamente alle eccellenze, così come l'industria. In troppi casi è priva di un'adeguata capacità organizzativa, come spiegava in un'intervista il sociologo Mimmo de Masi, a lungo motore del Festival di Ravello, secondo il quale manca al Sud una classe dirigente manageriale, i finanziamenti pubblici sono assegnati con eccessivo ritardo e ciò incide sulla programmazione degli eventi: emblematico, sotto questo profilo, il caso del Napoli Teatro Festival, che si preoccupa di difendersi dalle polemiche, come appare dalla nota di ieri, piuttosto che programmare una strategia e diventare un marchio di eccellenza. Se è vero, allora, e questo giornale ne è sempre stato un convinto propugnatore, che la cultura, quando non resta confinata nell'effimero, può diventare una strada maestra per uscire dal sottosviluppo, è altrettanto vero che, come nell'industria, occorre fare rete. Per riuscirci, però, serve un governo politico, autorevole, di un settore che non può essere relegato ai ritagli di tempo di un pur attivissimo presidente di Regione.