Professor Roversi Monaco, lei che negli anni ha recuperato le bellezze cittadine dando loro nuova vita, che idea ha di Bologna dal punto di vista urbanistico? «È complessa, e, sotto certi profili, difficile, la situazione di una città come la nostra, che non è una grande città, ma che non potrà mai essere assimilata a una città di provincia. Bologna, nel corso della sua lunghissima storia, è stata una città che ha saputo e potuto esercitare un ruolo significativo in scelte e decisioni rilevanti per l'intera Europa. Da questo deriva il fascino innegabile suo e del suo tessuto urbano, purtroppo massacrato, vorrei dire consapevolmente, dopo la stagione non sufficientemente lunga, caratterizzata dalla felice mano, e, direi, dalla spiritualità di Pier Luigi Cervellati e dall'abilità di Umbro Lorenzini». Qual è stato il punto di forza di Cervellati? «Fu l'unico che teorizzò lucidamente e dal punto di vista del territorio che l'università è la città, e tale doveva risultare da un assetto urbanistico che scaricava in una pluralità di splendidi edifici storici le richieste di spazi dell'ateneo». E ora invece? «Gli ultimi vent'anni sono stati ispirati da un desiderio incontenibile di guadagni, di realizzazioni di scarso profilo e spesso inguardabili e mi sento di poter affermare che molte volte ho ricollegato questo desiderio di bruttezza e di volgarità allo scarso livello di architetti che venivano proposti, per certi settori, sempre quelli. E alla incolpevole incapacità degli esecutori, poco costosi, ma molto disponibili a tutto». Restando ancora un momento nel passato, per provare a capire il presente, le mostre in quegli anni erano piuttosto importanti... «Hanno toccato livelli significativi, anche per l'esistenza di uomini e donne particolarmente capaci, come Gnudi, Emiliani, Anna Maria Matteucci, e per la presenza dell'ente bolognese Manifestazioni artistiche, che ha nel tempo ben dimostrato che le cose belle e importanti si realizzano nell'unità di istituzioni e nella concordia». Un'esperienza unica, e poi? «Gli specialisti del "non far fare agli altri", numerosi e pugnaci a Bologna, contribuirono potentemente a distruggere quelle esperienze». Chi erano questi specialisti? «Non voglio far nomi, ma la lottizzazione in quel campo iniziò e presto trionfò secondo il principio, sempre più spesso vincente, della tutela a tutti i costi dell'assemblamento degli interessi, che vuole dire qualcosa per tutti quelli graditi e che agisce invece solo in negativo per coloro che portano avanti idee». Quando cominciò tutto? «Non è cosa di breve periodo: si sviluppò con l'assessorato alla cultura di Sinisi ed è arrivato ancora florido nel 2015». Cosa bisogna fare allora? «Quello che è essenziale è un recupero della necessità della bellezza». E dove la andiamo a prendere? «La bellezza viene da lontano: dai luoghi, dagli edifici, dai portici, e da tante piccole grandi cose che rendono unica la nostra città, dando nello stesso tempo a tutti noi, soprattutto ai giovani, un compito ineludibile, quello di distruggere l'attacco interplanetario dei fittoni e degli altri frammenti di pietre varie che hanno massacrato alcune delle strade e piazzette più belle di Bologna, alla ricerca, è legittimo pensare, del nuovo ispirato dall'ignoranza. È per questo che vanno onorati, e prima ancora compresi, gli street artist che hanno operato per il miglioramento della città e per il recupero della bellezza: Dado, Cuoghi e Corsello, Rusty, fra i tanti». L'associazione è immediata. La street art nell'immaginario è legata alle periferie delle città. Cosa pensa dei progetti del Comune fuori dal centro? «Io non credo alle pianificazioni di segno politico: la consapevolezza delle periferie non l'hanno i consulenti improvvisati, gli studiosi oppressi dal desiderio di successo. L'hanno e possono averla soltanto coloro che ci vivono e che sono in grado di penetrarne le problematiche con l'intento ben evidenziato di sottolineare per tutti, ma soprattutto per le autorità del governo locale, che della bellezza non si può fare a meno. E che per gli abitanti di una città come la nostra il principio costituzionale di uguaglianza determina chiaramente l'esigenza di dare a tutti i luoghi della città la possibilità di offrire momenti di collegamento e di comprensione con realtà che in molti vorrebbero a sé riservate». Cosa dice dell'offerta pubblica? «Nell'ambito di una realtà di offerta pubblica non solo di basso profilo, ma per più profili preoccupante, la città di Bologna deve riprendere il filo di un governo locale consapevole del ruolo di regolatore e pianificatore che dà un senso profondo al Comune come concetto generale». Il caso Fiera? «Nella stessa città, alludo agli ultimi cinquant'anni, hanno convissuto uomini e donne che hanno saputo costruire, migliorare, innovare e uomini e donne che hanno speso il tempo a condizionare, a ritardare. Probabilmente è così ovunque, ma la subitaneità con la quale uomini sbagliati o portatori di idee sbagliate, hanno saputo distruggere, o quasi, quanto c'era di buono, non cessa di stupirmi. Impedisci di fare, questo principio pur non enunciato, è quanto tanti vorrebbero realizzare. In troppi ci riescono. Il caso della Fiera è evidente, così come il perdurante insulto all'urbanistica e al territorio». Un commento sulla nuova Giunta? «Oggi la principale qualità è rappresentata dal coraggio consapevole e la speranza è che questo sentimento e questa virtù siano ben presenti in tutti i partecipanti della giunta».