È lunga la storia dei rapporti tra l'Unesco e Venezia ed è storia di un conflitto perenne, di un'incomprensione resistente, nella quale si contrappongono due punti di vista opposti, che sono sempre gli stessi: chi vuol conservare la città insulare com'è, sottraendola al confronto con la modernizzazione - e spesso si tratta di personalità estranee alla vita ordinaria di Venezia, innamorate di un ideale, cui dedicano con generosità ogni cura, certe della precaria salute di una città che immaginano fragile vittima di un futuro minaccioso- e chi, invece, a Venezie vive e lavora e, come è sempre accaduto nei secoli, la vorrebbe agibile e normale, in sintonia col mondo contemporaneo, non estranea al moderno, pronta a cambiare. L'Unesco usciva allora vincitore dalla battaglia che aveva salvato i templi di Abu Simbel in Egitto e pretendeva, peraltro senza impegnarsi a reperire le risorse, di stabilire quanto dovevano fare gli Stati, ergendosi a difensore di un bene che si confondeva col bello. Il senso dell'intervento su Venezia fu chiarito dal Rapporto sulla pianificazione urbana a Venezia (giugno 1975), che contrapponeva a quanto era stato fatto in tempi recenti una visione alternativa, intervenendo sul governo locale con "raccomandazioni" sempre più imperative. Non diversa è l'iniziativa di questi giorni, che accompagna i suggerimenti ultimativi con minacce che escludono il confronto e la discussione, come se alle scelte proposte non ci fosse alternativa e se nel resto del mondo si fosse provveduto già a fare come l'Unesco vorrebbe: si pensi al numero programmato dei turisti, sul quale ci si arrovella da anni, ma che nessuna città ha adottato, perché contraddice l'idea stessa di città e ogni etica dell'accoglienza, che per altro oggi appare più necessaria di ieri di fronte alle migrazioni che investono l'intera Europa. Turismo, grandi navi, Mose, e tante altre opere sempre più urgenti e rinviate: Venezia è un problema dal 1962, quando il Comune promosse un convegno così intitolato che affrontò questioni aperte, suggerì soluzioni, lasciando che tutto finisse agli «atti» (1964) senza iniziative concrete. Chi pensa di avere le soluzioni in tasca - Unesco, Italia Nostra, Fai- dovrebbe avere la coscienza di rispondere tenendo conto delle conseguenze che ogni scelta produrrà, altrimenti schierarsi è troppo comodo, basta forse a salvarsi la coscienza scaricando il seguito su chi oggi sarebbe costretto a subire: addio ai servizi di accoglienza e poi al porto crociere, poche difese dalle aggressioni del mare, eccetera: la decadenza veneziana sarebbe inarrestabile. Dopo cinquant'anni e più Venezia resta quel problema del quale ognuno fa una lettura diversa e, quindi, dà una soluzione diversa: non sto a ripetere quanto si è detto sull'uso che si dovrebbe fare del centro storico, perché intanto quel che avanza sono solo i bed and breakfast, gli alberghi e i souvenir; resistono solo porto e aeroporto. Tutti parlano, urlano, minacciano, ma nessuno vuol far di conto: Dio mio! Il primo segnale del distacco fu il Rapporto su Venezia (1969) che l'Unesco redasse e pubblicò dopo l'alta marea eccezionale di cinquant'anni fa (4 novembre 1966) con l'obiettivo di denunciare il terribile pericolo che minacciava Venezia. La questione la pose con chiarezza lo stesso direttore generale dell'Unesco, René Maheu, nella Prefazione: Salvare che cosa?, i monumenti, le opere d'arte, l'atmosfera culturale, oppure i suoi abitanti e la loro vita di ogni giorno; da che cosa?, dall'amica natura, «che l'ha protetta così a lungo» o da «l'uomo moderno»; e, finalmente, come? , scegliendo tra le pietre e la vita, perché forse si faceva ancora a tempo, nonostante tutto.