L'ANNUNCIO di un redde rationem giudiziario sugli appalti della linea C della Metropolitana di Roma a tre anni di distanza dall'apertura di un'inchiesta della procura della Repubblica non ha indubbiamente il pregio della sorpresa, ma sicuramente la forza "rivoluzionaria" di ricordare ad una città e al Paese intero, di cui è la Capitale, la dimensione macroscopica di una catastrofe amministrativa, contabile, politica. Che dice molto della spensierata assuefazione, inerzia e complicità con cui il governo del Paese e le amministrazioni comunali di centrodestra prima, centrosinistra poi, hanno consentito in questi anni (il progetto iniziale della linea risale al 2000) che il costo dell'investimento pubblico dell'opera va da sé ancora incompiuta e per giunta ridimensionata nella parte qualificante del suo tracciato originario sia già passato da un valore iniziale di 3 miliardi e 47 milioni di euro a 3 miliardi e 700 milioni. Un pozzo di san Patrizio dove il rapporto di forza tra appaltatore (ministero delle Infrastrutture e Comune di Roma) e appaltante (l'associazione temporanea di imprese composta dalle società Astaldi, Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti sistemi ferroviari) è stato regolarmente capovolto. Con il secondo a dettare, nei fatti, tempi di realizzazione e correzione dei costi. Forte di una capacità di ricatto che, in barba alla legge Obiettivo (di cui la Metro C sarebbe dovuta essere fiore all'occhiello), si è manifestata ora nella minaccia di ricorso ad arbitrati (in cui la parte pubblica è curiosamente e altrettanto regolarmente soccombente), ora in transazioni "capestro". Come quella documentata nei decreti di perquisizione della procura per la quale a fronte di 1 miliardo e 800 milioni di costi aggiuntivi pretesi e non dovuti, l'amministrazione capitolina, in un abbraccio complice e mortale con il fu Grande Mandarino del ministero delle Infrastrutture, l'immarcescibile Ettore Incalza, ne riconobbe "soltanto" 320. Di fronte a questa vergogna che è repubblicana prima ancora che municipale, per anni e gliene va dato pubblicamente atto un singolo consigliere comunale, Riccardo Magi, segretario dei Radicali Italiani, ha combattuto una battaglia solitaria a colpi di esposti, comunicati, dichiarazioni, regolarmente digeriti dal silenzio limaccioso con cui, a Roma, chi dice la verità può agevolmente essere scambiato per matto semplicemente se gliela si lascia ripetere ossessivamente e soprattutto in solitudine. E non più tardi del luglio di un anno fa, l'Autorità Nazionale Anticorruzione di Raffaele Cantone, con una delibera di 44 pagine documentò a beneficio di chi soltanto avesse avuto voglia di leggere o intendere, le dimensioni, la natura, le responsabilità (non fosse altro erariali) e i dettagli della catastrofe. Uno su tutti. Nella città "patrimonio archeologico dell'umanità", appaltante e appaltatore licenziarono il progetto esecutivo "dimenticando" di condurre adeguate indagini del sottosuolo, salvo scoprire con "sconcerto" che tra la basilica di san Giovanni e piazza Venezia le talpe meccaniche incontravano regolarmente preziosi manufatti di epoca romana. Va da sé che non si persero d'animo. Una variante in corso d'opera e qualche centinaio di milioni di euro di costi aggiuntivi. Fino al "coccio" successivo.
ROMA - Perché la METRO C è un pozzo di San Patrizio?
L'annuncio di un redde rationem giudiziario sugli appalti della linea C della Metropolitana di Roma è stato accolto con sorpresa e rivoluzione. La catastrofe amministrativa, contabile e politica è stata evidenziata, con un costo dell'investimento pubblico che è passato da 3 miliardi e 47 milioni di euro a 3 miliardi e 700 milioni. L'appaltatore (ministero delle Infrastrutture e Comune di Roma) e l'appaltante (associazione temporanea di imprese) hanno avuto un rapporto di forza capovolto, con il secondo dettando tempi di realizzazione e correzione dei costi. La procura della Repubblica ha iniziato un'inchiesta.
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