LA SETTIMANA scorsa all'Icom, il convegno che a Milano ha riunito gli operatori dei maggiori musei del mondo, sfilavano direttori e personalità. Ma è lontano dai riflettori che un'azienda milanese ha tenuto tre conferenze per raccontare come, alla porte della città, nascano le scatole invisibili che custodiscono i capolavori più famosi del pianeta. Si chiama Goppion l'impresa che a Trezzano sul Naviglio progetta e fabbrica le teche di vetro dentro cui sono finiti tesori da milioni di visitatori. Prendi l'arte e mettila da parte. «Pensare che mio padre, che faceva le vetrine per Perugina, non amava tanto lavorare con i musei, finiva sempre che pagavano poco e in ritardo» sorride Alessandro Goppion, che nato nel 1955 a Milano, ha trasformato la vetreria del padre Nino, che un tempo aveva sede in Porta Genova, nel più celebrato laboratorio di exhibit design su scala globale. Si presenta con i suoi ingegneri più fidati nella fabbrica, un capannone come tanti e che però in Lombardia cela un'eccellenza. «Qui lavoriamo in 50, mi hanno fatto Cavaliere del lavoro un anno fa, carica di fronte a cui molti amici hanno sorriso, io però ci credo ancora nel lavoro». Gira con una giacca che sembra elegante ma che ha i polsini stretti e i bottoni che sembrano quelli di una tuta da officina. Mostra una vetrina destinata al Museo Egizio di Torino. Le giunture, brevettate, scompaiono, la guarnizioni sigillano con un puf l'atmosfera interna, una pellicola di plastica inserita tra le pareti del doppio vetro impedisce a eventuali frantumi di disperdersi in caso di rottura. Un'altra ha un telaio in allumino, ispirato alla Ferrari Scaglietti. Fondata nel 52, la prima teca Goppion fu realizzata per la collezione civica di strumenti musicali, oggi al Castello allora a Palazzo Morando, nel '56. «Papà realizzò una vetrina disegnata da Cossovich e Monzeglio, due architetti razionalisti, ma era un progetto complicato, troppo appariscente nel disegno ». L'abilità del mestiere è invece mostrare senza farsi vedere. «Mostrare, custodire, proteggere» dice infilandosi in una scatola e rivela: «Un'opera che avremmo voluto mettere sotto teca ma non siamo riusciti? No, le abbiamo messe tutte noi le migliori». L'elenco fa paura: il Cenacolo, Cristo del Mantegna, il Codice Atlantico, La Venere di Milo, i Rotoli del Mar Morto. E nel 2005, lei, la Gioconda. «Teca fantastica, indistruttibile, eppure se sai come farlo, basta un minuto per aprirla». La teca più resistente è stata fatta per i gioielli della Corona inglese. «A prova di bomba, i servizi di sua maestà se la sono tenuta una settimana prima dell'ok, hanno esploso di tutto, nemmeno un graffio». Gli piace lavorare con gli inglesi. «Ascoltano e poi decidono, il contrario di noi italiani». Sta lanciando una vetrina intelligente. «Riconosce la nazionalità dei turisti, l'età, e regola le didascalie ». I cinesi non fanno paura. «È un settore dove non puoi abbattere i costi». La crisi non arriverà mai. «Mostrarsi è nella natura dell'essere umano».