Crescono i procacciatori di contributi a musei e gallerie d'arte Si i chiama fund raiser e in inglese significa procacciatore di fondi. È la nuova figura professionale di cui si stanno dotando le organizzazioni che operano nel campo culturale. Una persona che sia capace di attrarre contributi e donazioni per finanziare le attività di musei, mostre, gallerie d'arte e quant'altro, rivolgendosi sia a persone fisiche che a imprese, enti pubblici, fondazioni bancarie. La nuova professione nasce dall'evoluzione che il settore culturale ha avuto negli ultimi dieci anni. Oggi il mercato della cultura in Italia è di base non profit. E ciò nonostante le privatizzazioni (con il connesso disimpegno delle pubbliche amministrazioni) e l'introduzione nella gestione di principi aziendalistici. Così negli ultimi anni gli operatori culturali hanno cominciato ad avvertire l'esigenza di ulteriori fondi per finanziare le proprie attività. E soprattutto di nuove figure professionali che siano capaci di farlo. L'attività di fund raising tuttavia non consiste solamente nel raccogliere più denaro possibile. Di questo è convinto Luciano Zanni, pioniere del fund raising in Italia e attualmente consulente di diverse organizzazioni non profit: «II fund raiser opera soprattutto nella costruzione di un patrimonio di relazioni privilegiate con quegli stakeholder che si mostrano interessati sia alle iniziative culturali sia agli eventuali ritorni di immagina II suo scopo è quello di creare una specie di portafoglio clienti, che rimanga all'organizzazione culturale anche dopo una sua eventuale uscita di scena». Un'attività che si rivolge a soggetti diversi e quindi si avvale di strumenti diversi. Per esempio, il fund raiser propone alle imprese forme di collaborazione che si concretizzano essenzialmente in un ritorno d'immagine per l'azienda. Quindi sponsorizzazioni o partnership strategiche su di un particolare evento (quello che viene chiamato, con un anglicismo, cause-related marketing). Diverso invece l'approccio verso le persone fisiche o le fondazione bancarie. «Qui conta di più la donazione vera e propria», sostiene Zanin. «Quindi bisogna organizzare raccolte fondi all'interno di eventi popolari, come fiere o sagre paesane. O in alternativa azioni di telemarketing o direct mailing». Ancora diverso il rapporto con gli enti pubblici. Per Zanin «il fund raiser, più che ai diretti contributi, dovrebbe puntare a ottenere servizi gratuiti, come per esempio l'affitto gratuito dello stadio comunale per l'organizzazione di un eventoraccolta fondi». Di recente, un'indagine del centro studi Philantrophy della facoltà di economia di Forlì ha provveduto a stilare un primo identikit della figura del fund raiser in Italia. L'età media è 39 anni, in particolare 37 per gli uomini e 41 per le donne. La retribuzione media si aggira attorno ai 26 mila euro lordi annui, senza alcuna significativa distinzione per sessi. Quello che stupisce è però la mancata connessione tra formazione e retribuzione. Nel senso che il livello di studi non è rilevante ai fini di uno stipendio più elevato. Una cosa abbastanza strana, se si considera che circa il 70 dei fund raiser è laureato. Sulla tipologia di laurea c'è una differenza fra uomini e donne: il sesso femminile è laureato per lo più in materie umanistiche, in particolare lettere e filosofia; il sesso maschile in maniera preponderante in economia. Per quanto riguarda invece l'inquadramento, un fund raiser su quattro lavora in proprio, come consulente, mentre gli altri tre risultano dipendenti delle organizzazioni non profit di riferimento. In quest'ultimo caso si è inquadrati per lo più come responsabile area. Uno dei risultati più evidenti dell'indagine sul campo riguarda però le potenzialità di espansione della figura del fund raiser in Italia. A fronte di una richiesta crescente, attualmente solo il 3,8 delle organizzazioni non profit culturali italiane utilizza e comprende il termine fund raising. Un gap considerevole, dovuto anche a una carenza di formazione specifica nel nostro paese. Attualmente gli unici due centri accademici dove vi sono corsi di laurea o master che formano fund raiser in erba sono l'università Bocconi a Milano e la facoltà di economia a Forlì. Una carenza incomprensibile se si pensa alla mole di master in beni culturali che ogni anno sfornano enti pubblici e privati italiani: «Circa 70-80 master tutti gli anni sfornano una serie di figure professionali non aderenti alla richiesta del mercato», ha sottolineato Carlo Puortes, a.d. di Fondazione musica per Roma, durante il convegno "Culture al lavoro" organizzato da FederCulture. «E così», ha aggiunto, «tanti lavoratori qualificati non vengono assorbiti e diventano disoccupati di lusso». Un'analisi su cui concorda anche Zanin, che tuttavia aggiunge una postilla importante: «Certamente la formazione è necessaria. Penso a un passaggio teorico come un master o un corso di specializzazione. Ma la mia esperienza mi dice che quello del fund raiser è un mestiere che si impara veramente solo sul campo. Ovvero confrontandosi tutti i giorni con i propri "clienti", organizzando eventi e, soprattutto, imparando dai propri errori». Un rapporto teoria-pratica che, per chi inizia a lavorare come fund raiser, si concretizza soprattutto in stage o tirocini». Un periodo di stage», osserva Zanin, «ti aiuta a capire se la professione è adatta alle tue caratteristiche. Questa è un'attività che devi sentire dentro: solo se riesci a instaurare una relazione "calda" con il cliente-donatore puoi definirti un fund raiser a tutti gli effetti». Oltre al "calore", infine, un giovane ha bisogno anche di un'altra cosa per diventare un bravo professionista: la continuità lavorativa. Proprio per questo», conclude, «consiglieri di iniziare come lavoratore dipendente. Per poi diventare consulente quando si ha un bagaglio di esperienze e contatti che consente di metterti in proprio». Iniziative culturali, 30 di visitatori D. settore «cultura» in Italia è oramai una vera e propria industria che concorre con circa l'l,5 al pii nazionale. Ciò grazie alla costante crescita del comparto negli ultimi anni, in netta controtendenza con il fenomeno recessivo che attanaglia i settori più tradizionali dell'industria nostrana. Una crescita scandita da numeri eloquenti: negli ultimi cinque anni i visitatori di iniziative culturali sono aumentati del 30. Con evidenti risultati a livello occupazionale: oltre 10.000 gli addetti stabili nell'ultimo lustro, pari a un incremento del 28. Come si spiegano risultati così positivi? Principalmente col fatto che la società italiana è divenuta negli anni più opulenta: le persone hanno un livello di istruzione più elevato, guadagnano di più e hanno più tempo libero. Tutti fattori che hanno fatto da volano alla domanda culturale. Alcuni dati di FederCulture permettono di scandagliare meglio il fenomeno. Secondo l'ufficio studi dell'associazione, i consumi culturali delle famiglie italiane sono aumentati costantemente negli ultimi tre anni: dell'1,2 nel 2002, del 2,1 nel 2003 e dell'l lo scorso anno. Ma non tutte le iniziative culturali vengono premiate dal pubblico: le persone si mostrano sempre meno interessate a spettacoli sportivi e discoteche e sempre più a cinema, musei, mostre, monumenti e concerti all'aperto. Proprio questi ultimi hanno mostrato il maggior balzo in avanti: 42,5o solamente nel 2004.
Italia Oggi
11 Luglio 2005
La cultura si finanzia col fund raiser
GI
Gianni Del Vecchio
Italia Oggi
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Bene culturale
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