Costa: basta consigli senza soldi. Coin: ma i consigli sono utili Essere sito Unesco è un onore e un onere. Venezia è il simbolo dell'intero meccanismo del World Heritage, un impegno di lunghissimo periodo che parte dall'alluvione del 1966 e che ha fatto confluire sulla città le donazioni dei Comitati Internazionali per i restauri. Giovedì da Istanbul è arrivato l'onere: il Comitato Unesco ha deciso che se entro febbraio non saranno congelati progetti come la doppia pista dell'aeroporto, se non saranno limitate le barche in laguna e non saranno estromesse le grandi navi, se non si gestirà il turismo da 25-30 milioni di presenze l'anno, la città-simbolo dell'impegno Unesco finirà nella black list dei siti patrimonio dell'umanità a rischio. Potrebbe essere un vantaggio, come fu per Dubrovnik che dopo i bombardamenti della guerra nei Balcani fu inserita nei siti a rischio nel 1991 e la cosa accelerò le donazioni tanto che nel 1998 dopo la ricostruzione fu nuovamente ammessa nella «white list». Oppure potrebbe succedere come a Dresda, che nel 2009 fu cacciata perché i cittadini con un referendum decisero a maggioranza del 68 di costruire il quarto ponte sull'Elba per smistare il traffico in eccesso e invece l'Unesco chiedeva un tunnel. Cosa porta l'organismo internazionale a Venezia? Un dito alzato ammonitore e non un euro, dice il sindaco Luigi Brugnaro che ieri parlando col mecenate del restauro del ponte di Rialto Renzo Rosso ha ribadito: «Rosso ha voluto aiutare concretamente Venezia Ancora una volta dico all'Unesco che questa è la strada giusta per salvare Venezia: tutto il resto sono chiacchiere e bla bla bla». Un richiamo per niente velato a contribuire con soldi, più che con suggerimenti. Lo condivide l'ex sindaco Massimo Cacciari, seppure in polemica con lo stesso primo cittadino: «Ha ragione Brugnaro, peccato però che lo dica soltanto ora, mentre quando lo sostenevo io non mi ascoltava nessuno. Da presidente degli Industriali, lui era schierato con i giornali a favore del Mose. Adesso è tardi per pretendere soldi dal governo». «Il rapporto Unesco è tanta buona volontà ma fa una diagnosi non corretta. Il tema è: no representation without taxation - dice il presidente dell'Autorità Portuale Paolo Costa, già sindaco Cosa hanno portato i comitati internazionali? Il restauro di due quadretti l'anno? Sono stufo di sentire gente ché dà consigli senza dare soldi. Oggi il punto è che ci sono alberghi, ristoranti e bed and breakfast per questa popolazione turistica eccessiva. Li togliamo? Ma li dobbiamo sostituire con altre attività se vogliamo che la popolazione sia abbastanza ricca da poter sostenere il proprio Patrimonio dell'Umanità». Perplesso è anche il governatore Luca Zaia: «Venezia è già un patrimonio dell'Umanità, non serve il bollino di qualcuno. La cura del territorio passa attraverso la civiltà, colpendo chi butta le carta a terra, imbratta i muri o fa la pipi sui palazzi». Parole che accendono lo scontro con Alessandra Moretti, capogruppo del Pd in consiglio regionale: «Ma è possibile che il governatore di una regione che accoglie 63 milioni di turisti ogni anno tratti con tanta superficialità una questione così cruciale? Piuttosto convochi un tavolo per un progetto di rilancio serio». Si schiera con l'Unesco Alberto Ferlenga, rettore Iuav: «Non si può che essere d'accordo con le raccomandazioni dell'Unesco, è una buona cosa che intervenga e solleciti azioni per Venezia. Certo, ci sono questioni da risolvere sui siti Unesco godono di molta visibilità e il turismo aumenta e spesso si crea una pressione difficile da gestire. Qui da noi la vera difficoltà è impedire la trasformazione della città a museo». «Non possiamo chiedere all'Unesco di fare di più, il suo compito di porre problemi non è solo chiacchiere dice Franca Coin, dai comitati di Salvaguardia - Il compito è porre all'attenzione del mondo dei temi ed è la politica a doverli affrontare. I turisti a Venezia meritano di essere trattati bene ma sono troppi e trovano una città esausta, invasa, incattivita e poco accogliente. I suggerimenti Unesco sono preziosi, non possiamo dare l'idea di aver solo bisogno di soldi».