Parla il cristallografo italiano incaricato della conservazione delle opere al museo di Los Angeles L'Unione internazionale dei cristallografi terrà il suo XX congresso nella Fortezza da Basso (abbastanza capiente per i tremila chimici previsti) di Firenze. Tra il 23 e il 31 agosto, interverranno tra gli altri Roald Hoffmann, Nobel per la chimica 1981, Martin Kemp, lo storico dell'arte che i lettori ben conoscono, Doris Schattschneider, la matematica che nei quaderni di Maurits Escher ha trovato la fonte di simmetrie che i cristallografi non avevano immaginato e che poi sono servite a riconoscerle nella configurazione delle molecole. Perché Firenze è città d'arte e un XX congresso un'occasione da festeggiare, il segretario generale del comitato scientifico Carlo Mealli delPIccom-Cnr ha voluto aprire al pubblico le sessioni meno tecniche e la mostra «Arte e cristallografia». Il programma si trova sul sito http:www.iu-cr2005.iliucr2005.htm. Domenica 28, Giacomo Chiarì chiuderà la sessione sui beni culturali con un intervento dal titolo «n blu dei Maya: svelato un antico mistero». L'abbiamo incontrate alla Fondazione Getty di Los Angeles a fine giugno (in quel momento il suo presidente Barry Munitz era molto presente nei media: nel 2004 aveva percepito 1,2 milioni di dollari, retribuzione ritenuta troppo lucrativa dall'organo di autoregolamentazione degli enti non a scopi di lucro). Nella parte riservata agli addetti, la Fondazione ospitava generosamente scienziati, artisti, divulgatori e storici dell'arte per l'incontro «Image Meaning in Science» sulle tecnologie, soprattutto informatiche, che rendono sfumato il confine tra rappresentazione esatta e immagine mediatica. Era organizzato da Feh'ce Frankel, la fotografa scientifica, dal Massachusetts Institute of Technology e dalle università della California. Privilegio dei partecipanti, potevano girare per tutto il Getty e con il permesso di Felice saltare una sessione per chiacchierare con Giacomo Chiari. Tornerebbe in Italia?». Giacomo Chiari sorride e spalanca le braccia. Alla sua destra, ci sono i giardini color smeraldo di Beverly Hills e in lontananza i grattacieli del centro di Los Angeles che bucano il solito strato d'ozono grigio e marrone. A sinistra, l'oceano e i primi contrafforti dei monti di Santa Monica nell'aria tersa. Davanti e dietro a sé, distribuiti su due colline appositamente spianate tra Sunset Boulevard e una superstrada ingorgata da mattina a sera, ci sono i vari edifici della Fondazione Getty. Da sotto, sembrano padiglioni ospedalieri, il tipico omaggio di Richard Meier a Le Corbusier. Una volta sull'acropoli, giardini, piazze, terrazze, scalinate, bastioni di travertino disegnano spazi accoglienti, gli edifici del museo verso il mare; gli uffici, l'auditorio, i centri studi, i laboratori di ricerca verso le montagne. Dal gennaio 2003, Giacomo Chiari è direttore scientifico del Getty Conservation Institute. Ci è arrivato da Carmagnola, passando dall'università di Torino dove si era specializzato in mineralogia e in cristallografia. Nel 1968, aveva seguito Giorgio Torraca, un suo professore, in Iraq fra gli scavi di città mesopotamiche, scoperte anche nel senso di essere rimaste senza riparo dalle intemperie. Occorreva trovare il modo di preservarne i mattoni di terra, inventare il modo per evitare che con la pioggia ridiventassero fango. Poi nel 1975, l'Unesco gli aveva chiesto di salvare certi bassorilievi peruviani in terra cruda dipinta, vecchi di 2.800 anni. Da allora ha «passato metà del tempo sul campo e metà sui campus». E ancora così perché la Fondazione Getty finanzia progetti di restauro in tutto il mondo e perché le opere conservate al museo Getty «sono in perfetto stato» e non hanno bisogno di lui. Le va a trovare lo stesso, «le antichità soprattutto, per la curiosità, per capire com'è stato fatto un oggetto, quale tecnica è stata usata». (Sono sottratte alla curiosità del pubblico fino all'apertura della Villa di Malibu, le loro nuova sede, nel 2006). In questi giorni sta in laboratorio «con le mummie e i ritratti del Fayoum» in preparazione di una mostra, «con certi vasi greci dalla decorazione insolita». Non cita nemmeno il Van Gogh appena giunto per una diagnosi, gli pare banale. Quello che un chimico, in particolare un cristallografo, cerca di vedere ci deluderebbe, dice. «Guardo nel piccolo, ad atomi e molecole. Qualunque alterazione in qualunque opera d'arte, quadro o fortezza che sia, avviene al livello atomico. Da lì, si risale di scala in scala fino all'opera, al suo ambiente, alle ragioni vere del degrado macroscopico». Quali sono? «Gli uomini». E il clima, le muffe, i batteri, l'inquinamento, i terremoti? «Se vuole un elenco in ordine di gravità, prima gli uomini e poi l'acqua. Il resto è secondario. Gli uomini, cioè guerre, urbanizzazione, mercato globale e nero, ma anche la loro voglia di strafare, i restauri sbagliati. Ancora troppi anche se ormai i criteri sono chiari». Nel passato, «diciamo dal Settecento a metà del secolo scorso, per ignoranza dell'oggetto da restaurare e delle sostanze che si usavano per farlo, sono stati combinati i pasticci ai quali ci tocca rimediare. Negli anni Sessanta, con Cesare Brandi, si è affermato il concetto di reversibilità degli interventi. Oggi sappiamo che è l'ideale a cui tendere, non la soluzione ai nostri problemi. Pensi a una superficie di mattoni di fango che si sta disgregando. Uso una sostanza per consolidarla, so che esiste un solvente per rimuoverla, il quale scioglierà pure i mattoni. Cosa devo fare, allora? Oggi prevalgono i concetti di minimo intervento, di ritrattabilità, di rispetto per la superficie. Cercherò di non modificarne né l'aspetto né per quanto possibile la composizione chimica. Così, le parti trattate e non trattate saranno compatibili, potranno convivere senza problemi. Nel futuro, non richiederanno interventi distinti per curare la superficie originale e quella aggiunta. In attesa che siano scoperte soluzioni a lungo teraii-ne, dobbiamo cercare di fermare, o di frenare il degrado per cinque o dieci anni invece che nei secoli dei secoli. Da scienziati dobbiamo avere l'umiltà di aspettare i risultati di nuove ricerche». E nel frattempo? «La parola d'ordine è sapere quello che si fa o non fare niente». Non è una resa definitiva: ogni oggetto è immesso in condizioni ambientali e magari si può agire su alcune di queste. Roald Hoffmann, venuto a dare una mano alla cronista, suggerisce giganteschi freezer nei quali immettere quadri, sculture, monumenti «e la nave Vasa, che si potrebbe tenere in animazione sospesa, magari a temperature vicine allo zero assoluto perché l'agitazione termica dei suoi atomi si plachi, finalmente, e regali tempo agli scienziati». I quali praticano una disciplina ancora senza nome, gli fa notare Chiari, che trova conservation science un termine poco convincente: «L'archeometria, che studia come, quando, dove un oggetto culturale sia stato fatto, ha molto poco a che vedere con la conservazione; "studio per la preservazione, il ricupero e la salvaguardia dei beni culturali" è plumbeo! La nostra scienza è un misto di chimica, fisica, geologia, storia dell'arte... Se qualcuno inventa un nome breve e chiaro, mi avverta. Deve attirare gli studenti, per loro il lavoro c'è». Infatti. Dopo un anno come scholar intern in residence al Getty Conservation Institute, Francesca Casadio è stata incaricata di fondare il laboratorio scientifico del Museum of Fine Arts di Chicago. C'è anche Marco Leona al Metropolitan di New York, segnala Roald Hoffmann. Quando si parla di arte contemporanea Chiari ha degli incubi in cui ricorrono polimeri, vernici acriliche e altri materiali in uso da quarant'anni a questa parte. «Invecchiano male e provocano conflitti. Ha presente lo squalo?». Come no. Il titolo esatto è The Physical Impossibility Of Death In The Mind Of Someone Living. Damien Hirst l'aveva venduto a Charles Saatchi che l'ha rivenduto per 17 milioni di dollari. È stato ribattezzato «II sottaceto più caro del mondo» dai quotidiani inglesi. «Forse Hirst almeno da giovane, voleva davvero che si spappolasse davanti a tutti. Ma chi l'ha comprato vorrà ritrovarsi tra qualche anno con dei brandelli di carne sul fondo di una teca e sopra un liquido grigio e opaco?». Dei rapporti con gli artisti «si occupano i conservatori», dice Chiari senza rimpianti, «io faccio un altro mestiere». Lo fa bene, è risaputo. Tanti chimici provano una vera e propria passione per un colore, il suo è il blu. «I blu. li blu egiziano poi il lapislazzuli del cielo di Michelangelo nel Giudizio e infine quello dei Maya. Gli ho dedicato cinque anni della mia vita». Come mai? «Perché è un turchese di una bellezza estrema, tutto artificiale, un gioiello della nanotecnologia precolombiana. Perché è complesso e perché, per un cristallografo c'è da divertirsi. Si deve usare tutto l'armamentario a disposizione, sincrotrone, neutroni... Le procedure standard per identificare i pigmenti non bastano». Ne ha scoperto il segreto con avventure degne di Indiana Jones che racconterà a Firenze (per ora diamo soltanto due indizi: indaco e palygorskite). Allora torna in Italia? «Spesso», per congressi, progetti internazionali, per seguire le collaborazioni di vari enti di ricerca con il Getty Conservation Institute. «Ma da qui me ne vado solo se mi cacciano a pedate».