Il carcere Mamertino o Tulliano (dalla sorgente d'acqua) alle pendici del Campidoglio dove ai tempi dell'imperatore Augusto venivano gettati i nemici dello Stato, riapre dal 21 luglio alle visite dopo un anno di restauro. Il luogo di detenzione posto sotto la rupe Tarpea vicino al Foro Romano, è stato secondo alcune testimonianze il carcere di San Pietro. Luogo di spiritualità, atroci sofferenze e altari sacrificali, con tracce di tremila anni di storia. Il carcere Mamertino o Tulliano (il nome deriva dalla sorgente d'acqua) alle pendici del Campidoglio dove ai tempi dell'imperatore Augusto venivano rinchiusi i nemici dello Stato, riaprirà il 21 luglio alle visite dopo il restauro di un anno. È tornata a splendere la grotta circolare sotto alla buca dove venivano gettati i detenuti, l'ambiente più basso dei due piani che hanno riportato alla luce oggetti, marmi, reperti archeologici e anche tre scheletri di una donna, un uomo e una bambina. E i resti di polpa e buccia di un limone, il primo della storia del Mediterraneo risalente al I secolo d. C. «Gli scavi condotti hanno portato alla luce nuovi reperti ed elementi prima ignoti, che non stravolgono la natura di questo luogo, ma la confermano e ne ampliano la conoscenza» ha detto il soprintendente per il Colosseo e l'Area archeologica centrale Francesco Prosperetti. Il luogo di detenzione che esisteva fin dal VI secolo a. C., posto sotto la rupe Tarpea vicino al Foro Romano, è stato secondo alcune testimonianze il carcere di San Pietro. «Era un luogo di oblio e abbandono dove i nemici dello Stato venivano rimandati nelle viscere della terra, per farli riassorbire dagli inferi» ha detto monsignor Libero Andreatta ad dell'Opera Romana Pellegrinaggi. «Abbiamo scritti apocrifi sul martirio di due carcerieri che si convertirono e furono battezzati. Qui fu costruita una chiesa dedicata a San Pietro e Paolo al carcere nel V secolo dopo Cristo e poi dal Medioevo sono state affrescate con le effige dei santi le pareti che portano alla grotta». Venendo da piazza Venezia e imboccando via dei Fori Imperiali si accede da Clivio Argentario dietro il Vittoriano, proprio alla base della Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami. I lavori del valore di 900 mila euro, con la direzione scientifica dell'archeologa Patrizia Fortini, hanno dimostrato che l'occupazione dell'area risale all'età del ferro (IX-VIII secolo a.C.). «Le indagini archeologiche degli ultimi anni ci restituiscono non solo un monumento celeberrimo, ma la sua straordinaria vicenda, legata a doppio filo con le origini di Roma e l'intera storia della città». Il carcere consisteva in due piani sovrapposti di grotte scavate alle pendici del Campidoglio, la più profonda risale all'età arcaica (VIII-VII secolo a.C.) ed era scavata nella cinta muraria di età regia che, all'interno delle Mura serviane, proteggeva il Campidoglio, la seconda successiva e sovrapposta è di età repubblicana. «Non si è trattato solo di uno scavo, ma anche di un restauro ha aggiunto Prosperetti mirato a riconquistare la spazialità del sito. Inoltre c'è la musealizzazione degli importanti reperti trovati, in un allestimento contemporaneo che, attraverso tablet di ultima generazione, fornirà ai visitatori nuove informazioni, rendendoli partecipi anche emozionalmente alla storia di questo luogo». Al carcere si entra anche dal nuovo accesso con tornello della zona archeologica dei Fori. Per le viste si prenota sul sito www.orp.org