La Campania è l'unica regione d'Italia nella quale persiste la cultura dell'effimero, nata dalla straordinaria intuizione di un genio come Renato Nicolini. Se fosse una decisione, potremmo discuterne a lungo. Il guaio è che non c'è nulla di cui discutere perché tutto avviene all'insaputa (cfr. Scaloja e il suo appartamento di fronte al Colosseo) degli stessi amministratori pubblici chiamati a tracciare le linee guida di questo settore. Siamo effimeri per fatale inerzia e giocoso lassismo, non per scelta. E così alla fine ci ritroviamo dinanzi a pasticci come quello del Teatro Festival, una rassegna per la quale vengono spesi 6 milioni e 225mila euro (tale è il budget dichiarato pochi giorni fa da Luigi Grispello, presidente della Fondazione) ma che dopo nove anni rimane ancora una sembianza informe, un contenitore da stipare con le offerte disponibili al momento sul circuito delle grandi agenzie e con le piccole mance elargite agli operatori del territorio. Nulla, insomma, che abbia a che fare con una strategia. Nulla che metta radici e cresca. L'effimero, appunto. Eppure un festival, anche il più negletto, nasce intorno a un'idea, a una visione che diventa missione. Altrimenti è il bancone di un supermercato, casomai di lusso ma sempre supermercato. Vogliamo usare il vocabolario dell'industria? Bene: un festival degno di questo nome deve diventare un marchio d'eccellenza capace di trainare nella sua scia l'indotto turistico (e non solo) che ruota intorno a simili manifestazioni. Basta fare due esempi fra i tanti: Spoleto e Umbria Jazz. Certo, parliamo di due eventi che hanno alle spalle un bel po' di strada. Ma nove anni bastano e avanzano per delineare almeno il profilo di ciò che s'intende fare. Invece siamo fermi al modello «grandi magazzini», dove si espongono i brand altrui, non il proprio. E nessuno si mette in viaggio per visitare un supermarket. Purtroppo tutto gira intorno a un equivoco: non basta un nome di rango che sia l'intellettuale o l'artista per costruire un immaginario. Il mondo dell'immateriale, con l'economia che ne deriva, ha bisogno di architravi solide, bulloni stretti bene, impianti funzionanti. E dunque di operai, falegnami, carpentieri. In poche parole: di un'impresa centrata sulla meritocrazia, di una squadra che lavori sodo sulla base di un progetto. E' il solito discorso della «rete», un esercizio collettivo che richiede fatica e rigore, soppiantato qui dal prevalere dell'estro individuale, scorciatoia che conduce fatalmente al pressapochismo e, più avanti, al trionfo degli interessi privati. Questo giornale ha più volte polemizzato con la scelta del presidente De Luca di nominare un consigliere delegato alla cultura e non un assessore, mansione che incarna una precisa responsabilità politica e istituzionale del tutto diversa dalla vaghezza dell'altra funzione. Non l'abbiamo fatto a caso o in virtù di chissà quale pregiudiziale: eravamo convinti - e oggi lo siamo ancor di più - che se si considera davvero questo settore un asset fondamentale, è necessaria una chiara e netta determinazione del ruolo di chi lo amministra. Avete mai visto un'azienda senza manager, una squadra senza allenatore, un condominio senza amministratore? Sia chiaro, in quest'anno Sebastiano Maffettone s'è mosso con grande dinamismo e ci auguriamo che continui a offrire il suo contributo a Palazzo Santa Lucia. Ma serve un assessore. Che sia lui o un altro. E' giunta l'ora, infatti, di mettere a sistema l'intero comparto dandogli il giusto peso nella strategia regionale, costruendo una filiera decisionale (e di conseguenti responsabilità) che risponda a un vertice frutto di solida investitura politica e istituzionale. A conti fatti si tratta di allestire una «fabbrica culturale», ossia l'esatto contrario di quel «cantiere dell'estemporaneo» nel quale da troppo tempo si aggira una folla di personaggi in cerca d'autore e che finisce per impolverare anche nomi di prestigio come quello di Franco Dragone, star acclamata dello show business mondiale e ora al centro, suo malgrado, di piccole e grandi polemiche in merito all'organizzazione complessiva della rassegna. Una «fabbrica» segue una linea di produzione e, in base a quella linea, programma per tempo l'attività per poi mettere il suo brand sul mercato e sfidare la concorrenza. Possiamo sperare che questo accada? Possiamo immaginare che un giorno la Regione venda in modo degno la sua offerta culturale nelle borse internazionali del turismo? Possiamo sognare che domani un ragazzo europeo come avviene oggi per Avignone, Spoleto, Umbria Jazz affronti un viaggio per venire in Campania a seguire il Teatro Festival? Parliamo di soldi pubblici, non dimentichiamolo mai. E, quindi, parliamo del presente e del futuro di una comunità. Che non merita lo sperpero effimero del suo destino.
Corriere della Sera
9 Luglio 2016
Campania. La cultura in cerca d'assessore
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Enzo D'Errico
Corriere della Sera
La Campania è l'unica regione d'Italia dove persiste la cultura dell'effimero, nata dalla straordinaria intuizione di Renato Nicolini. Il Teatro Festival, una rassegna che spende 6 milioni e 225mila euro, rimane ancora una sembianza informe dopo nove anni. Non c'è una strategia, nulla che abbia a che fare con una visione che diventi missione. Il festival è un'idea che nasce intorno a un'idea, ma non diventa un marchio d'eccellenza. La regione ha bisogno di architravi solidi, bulloni stretti bene, impianti funzionanti, cioè di un'impresa centrata sulla meritocrazia.
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