QUALCUNO vede una città ancora troppo a misura d'auto. Secondo alcuni manca, come del resto in tutta Italia e forse in tutta Europa, più pianificazione nelle politiche di accoglienza dei migranti. Però Milano è soprattutto un successo, secondo i direttori dei musei stranieri che in questi giorni sono ospiti del Convegno Icom, casa fino a domenica per oltre tremila operatori di musei del mondo. «Mi sento una veterana ormai, è la quinta volta che visito la vostra città scherza Eliat Lieber, direttrice a Gerusalemme del Museo della Torre di Davide . Il nostro museo raccoglie 4mila anni di storia e una grande parte, dalla cristianità all'epoca romana, ci vede molti vicini a voi». Milano è soprattutto un oggetto contemporaneo, una «città che rappresenta il design per noi israeliani, quindi il presente, ma ho trovato più passato di quanto mi aspettassi, una stratificazione di stili ed epoche che mi fa sentire a casa». Trova dispersivo il Castello. «Che è in verità un posto bellissimo, del resto trovo dispersivo il mio stesso museo, troppo grande, preferisco i luoghi raccolti, capaci di esprimere storie personali, come ad esempio la Fondazione Castiglioni ». Goranka Horjan, direttrice del Museo Etnografico di Zagabria, è proprio il Castello che si porterebbe via da Milano. «E mi porterei via anche l'Ultima Cena. Un difetto di Milano? Non ne trovo se non l'abbondanza di bellezze, ho la sensazione che i suoi abitanti non le apprezzino, dovrebbero viaggiare di più per cogliere la propria ricchezza ». David Flemig dirige invece gli otto musei con cui Liverpool si è rialzata dalla fine dell'industria trasformandosi in meta da weekend. «Ritrovo similitudini con Milano e il suo passato, anche qui è stata raccolta l'idea che il turismo sia ormai la più grande industria globale ma in verità Liverpool è un vecchio porto che somiglia più a Napoli e Genova, Milano è una città a sè, da Premier League, come Barcellona o Monaco». Il museo preferito è quello della Scienza e tecnologia: «Lo trovo perfetto, si vede che è il frutto di investimenti pesanti ma ben gestiti». Trova alla fine un difetto. «Ritengo paradossale che una città così piena di stile, la città della Scala, sia ancora un esempio di urbanizzazione per auto, difficile da attraversare per un pedone». Si rammarica infine per la Brexit, «una manna per me, la sterlina bassa vi porterà da noi, ma è un disastro nel complesso». Diana Pardue guida a New York il National Museum della Statua della libertà e di Ellis Island, «che credo ogni italiano dovrebbe visitare per capire qualcosa di se». Milano da lontano le appariva come un grande shopping mall, «e invece ha ecceduto ogni mia aspettativa da un punto di vista culturale, da fan dell'Opera mi sono molto emozionata al Museo della Scala». Però «anche Milano è attraversata da molti migranti, Ellis Island non era un paradiso ma era tuttavia parte di un processo per dare ordine e dignità al viaggio, ogni giorno permetteva a 7.000 persone di entrare negli Stati Uniti. È un dramma che non esista una porta di ingresso per l'Europa e l'Italia ». Tolstoj villeggiava nella casa di famiglia di Yasnaya Polyana, oggi una casa museo dove la ricerca tra le carte è affidata a Galina Alekseeva, che a Milano ha trovato una replica della tenuta a 12 chilometri da Tula: «Sono stupita dall'energia delle persone, dall'architettura della città, ma confesso che mi è rimasta nel cuore Casa Manzoni».