Che relazione esisteva dopo il 1945 tra gli scarsi eredi del movimento moderno e la storia delle sue relazioni con i Paesi coloniali extraeuropei? Non parlo qui né degli Stati Uniti o del Giappone ma di quelli in sviluppo, rapido o lento, in via di indipendenza, nordafricani o sudamericani. Vi sono alcuni architetti, specie tra le giovani generazioni, che, come atto di rinnovamento, muovono oggi i loro interessi verso i Paesi poveri cercando anche di affrontarne le difficoltà e di estrarre da esse nuovi principi del costruire e delle sue forme. Altri trasferiscono imperiosamente nei centri urbani con grandi edifici, le forme alla moda dell'attuale globalismo finanziario della visibilità dei poteri, altri ancora pensano di poter proseguire il trasferimento dei modi attuali di concepire il modernismo dei Paesi un tempo dominanti, assumendo talvolta persino qualche elemento folcloristico dai Paesi in via di sviluppo, in una continua contesa intorno alla nozione di dominio. Raramente si è scritto, come in questo volume dal titolo Warm modernity a cura di Maddalena D'Alfonso (Silvana Editoriale, pagine 224, e 25), cosa è avvenuto dopo più di mezzo secolo intorno a tale incontro (o scontro) che è arricchito anche dalle indicazioni bibliografiche ampie contenute nel volume. Lo scopo del libro è di ricordare alcuni momenti significativi nello sviluppo dell'idea di Movimento Moderno in quei Paesi, in quattro casi affrontati in India dopo la sua indipendenza, tenendo conto anche delle influenze precedenti a partire dall'inizio del ventesimo secolo delle idee di Ebenezer Howard, Raymond Unwin, Heinrich Tessenow, Ernest May e Patrick Geddes. In particolare si cerca di capire cosa è capitato in questo mezzo secolo alle nuove città come quelle di Otto Koenigsberger, con la costruzione della nuova città di Brauner world con 500 mila abitanti nel 1948 e di Janis Ledpura di 200 mila nel 1945, con la città di 50 mila abitanti dal nome di Faridabad che Varna costruisce nel 1949, e infine, nel 1960, la città di Chandigarh progettata dal gruppo di architetti europei con la guida di Le Corbusier. Si tratta non solo di discuterne i modi di tradurre i principi del Movimento Moderno europeo di una grande cultura come quella indiana ma anche di fare un'analisi del loro stato attuale di sviluppo come campioni delle nuove città, tenendo conto che negli stessi anni ne sono state fondate in India circa una ventina. Come il Movimento Moderno ha tenuto conto del clima tropicale e soprattutto delle diverse tradizioni culturali e religiose indiane, delle differenze tra città industriali, capitali politiche, della posizione postcoloniale della cultura dell'India e del suo stato di sviluppo, del confronto tra tutto questo ed anche dei principi del Moderno interpretati da una grande personalità come quella di Le Corbusier? I giudizi espressi nei testi dei diversi autori coordinati da Maddalena D'Alfonso sono vari: da quello intorno alla relazione con le identità delle diverse culture, compreso il più recente tema della globalizzazione, dall'influenza dei manuali, dalla condizione postcoloniale e dalle influenze delle tecnologie tradizionali. Tutto questo oltre ad alcune interessanti interviste con grandi architetti indiani come quella con Balkrishna Doshi e con uno storico come Krishna Menon. Il sottotitolo del libro ( Indian Architecture Building Democracy ) ricorda che l'insieme di questi diversi sforzi è diretta a capire le idee di possibile partecipazione e democrazia nei Paesi sottosviluppati anche oggi, dopo le proposte dell'inizio degli anni 60 di alcuni architetti, anche italiani come De Carlo. La domanda che oggi ci si deve porre è se questi obbiettivi siano radicalmente mutati di fronte all'impero del globalismo finanziario e del suo diffuso formalismo architettonico, con una definitiva rinuncia a considerare positivo e necessario un dialogo con le diverse culture dei Paesi altri anche per mezzo dell'architettura.