Molti critici si sono scagliati contro la passerella ideata da Christo sul Sebino bollandola come troppo commerciale. Ma l'arte, nella storia, è sempre stata al servizio del popolo e quello di Floating Piers non è il primo caso di ressa per assistere a un'opera. Tutto sta in quel numero: un milione e mezzo di visitatori. Alla fine, parliamoci chiaro, il dato che ha più scandalizzato i detrattori dell'installazione di Christo sul lago d'Iseo è stato proprio l'enorme successo di pubblico. Secondo alcuni l'immensa folla ha certificato che non si è trattato di un evento d'arte, bensì di un evento commerciale, paragonabile a quello recentemente vissuto a Expo. La percezione novecentesca dell'arte vuole infatti che questa sia una definizione esclusiva di tutto ciò che è elitario, esclusivo, per soli ricchi e intellettuali. Ma proprio per questo è stato paradossale sentire arrivare i giudizi più negativi da quei critici, come Daverio o Sgarbi, che regolarmente tuonano contro i radical chic dell'arte delle Biennali. «È curioso come i repubblicani siano reazionari quando parlano d'arte», scriveva già Edouard Manet. Bisognerebbe chiedere ai detrattori del successo popolare di Christo se la Gioconda è meno artistica da quando migliaia di persone possono vederla ogni giorno al Louvre rispetto a quando Napoleone la teneva nella sua camera da letto per il suo godimento esclusivo. E che dire delle code agli Uffizi per Botticelli o alle gallerie dell'Accademia di Firenze per vedere Michelangelo? Anche la Primavera o il David sono per questo opere kitsch, come è stata definita la passerella di Christo, oppure sono opere d'arte a tutti gli effetti? Dimenticano, coloro che manifestano orrore nei confronti delle folle costrette ad accalcarsi sul lago d'Iseo perché solo due sono le settimane a disposizione, che l'arte era un linguaggio popolare prima che le avanguardie novecentesche la trasformassero in un sistema di codici autoreferenziale e accessibile ai soli addetti. Le storie del Nuovo Testamento dipinte da Giotto ad Assisi erano la Bibbia dei poveri perché gli analfabeti potevano guardarle e capirle, a differenza dei segni vergati nei libri. Alla fine del XIII secolo, le opere destinate alle grandi cattedrali cittadine venivano trionfalmente esibite per le strade e la loro bellezza diventava essenziale per il prestigio della città e del suo protettore celeste che incarnava con orgoglio l'autonomia e l'identità civiche. Quando Duccio finisce di dipingere la Madonna Rucellai nel 1285, è il popolo tutto di Firenze che porta la pala in processione, con tanto di trombettieri, dalla bottega dell'artista a santa Maria Novella. E ancora Vasari scrive che, prima che l'opera fosse terminata, approfittando di una visita di Carlo d'Angiò alla bottega di Duccio, «vi corsero tutti gli uomini e tutte le donne di Firenze, con grandissima festa e con la maggior calca del mondo». Stesse scene di folla impazzita registrate quando fu installato il David di Michelangelo in piazza della Signoria.E non dimentichiamo che la passione del «popolino» per l'arte si è sempre manifestata anche in forme di idolatria nei confronti degli artisti stessi. Per esempio, quando il feretro di Michelangelo arrivò da Roma a Firenze, l'intera città accorse ad accoglierlo tanto che, è sempre Vasari a raccontarlo, «in ultimo, con grandissima difficultà, si condusse quel corpo di chiesa in sacrestia. Passata poi la furia del popolo, si diede ordine di metterlo in un deposito. In quel mezzo, sparsasi la voce per la città, vi concorse tanta moltitudine di giovani per vederlo, che fu gran fatica il poter chiudere il deposito». E ancora, salendo nei secoli, ci dicono le cronache che quando nel 1606 la Madonna dei pellegrini del Caravaggio fu collocata in Sant'Agostino, «ne fu fatto dai preti e da' popolani estremo schiamazzo», scrisse proprio così il Baglione, quando registrò la processione di vili romani, comprese le prostitute, accorsa nella chiesa per ammirare sull'altare i ritratti delle umili persone che Caravaggio frequentava nella sua mala vita. Caravaggio veniva disprezzato dagli artisti che contavano, quelli che non dipingevano i pezzenti di strada, ma «con decoro». Veniva disprezzato come oggi analoghi benpensanti alzano il sopracciglio davanti al successo nazional popolare della passerella di Christo, bollata come il trionfo del kitsch. Ma il kitsch, ci ha insegnato il Umberto Eco, è una definizione non applicabile all'originalità. Kitsch è un prodotto di seconda mano che imita, cita, copia malamente una visione originale. Non ha nulla a che fare col gradimento del pubblico. Al contrario, l'immagine popolare ha sempre avuto un legame indissolubile con la religiosità e il sentimento civico di appartenenza, spesso con entrambi. È l'arte che offre un simbolo all'identità del popolo: dal campanile di Giotto alle serigrafie dell'America anni 60 di Andy Warhol. «Se si sopprime l'immagine, non è il Cristo, ma l'universo intero che sparisce», scriveva già il Patriarca Niceforo. Concetto ripreso da Régis Debray quando ha scritto che «la religione dell'arte si presenta come la prima religione planetaria. Per ricomporre quel che si decompone, essa abbraccia tutti gli dei, tutti gli stili, tutte le civiltà». Da ora in poi l'immagine e l'identità del lago d'Iseo sarà un tutt'uno con le strisce arancioni stese da Christo sulle sue acque, proprio perché l'ha decretato «con estremo schiamazzo il popolino». Piaccia o non piaccia ai prìncipi dell'Accademia.
Floating Piers. Evento commerciale? No, è arte per il popolo
L'installazione di Christo sul lago d'Iseo è stata criticata per essere troppo commerciale, ma il successo di pubblico è stato il dato più scandalizzato dai detrattori. Secondo alcuni, il successo popolare ha certificato che non si è trattato di un evento d'arte, ma di un evento commerciale. Tuttavia, l'arte è sempre stata al servizio del popolo e il successo di Christo è un esempio di come l'arte possa essere popolare e accessibile a tutti. La critica ai detriti del kitsch è stata lanciata contro Christo, ma il concetto di kitsch è stato definito da Umberto Eco come una definizione non applicabile all'originalità.
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