Sporcizia, degrado, abbandono. Il parco di Villa Chigi, al quartiere Vescovio, è solo un lontano ricordo dell'area verde del Settecento restaurata pochi anni fa per l'ultima volta. Cinque ettari affidati alla Soprintendenza comunale ai beni culturali. Residenti arrabbiati e pronti all'ennesima protesta. Fra l'erba incolta e rinsecchita dal sole, i vialetti polverosi e sterrati, le fontanelle circondate dalla fanghiglia e i cestini stracolmi di rifiuti a qualsiasi ora del giorno (quando non sono rotti) si stenta a credere che questo parco sia protetto dalla Soprintendenza del Comune ai Beni culturali e venga considerato un gioiello, un'area verde appartenuta alla nobiltà romana. Eppure è così. E non da adesso. Sembra essere questo infatti il destino di Villa Chigi, fra piazza Vescovio e viale Libia, commissionata nel Settecento dal cardinale Flavio Chigi come sede del suo «casino di villeggiatura», circondato da bosco all'inglese e piante ornamentali. Cinque ettari di terreno oggi immersi fra i palazzi residenziali del quartiere, frequentati da famigliole con bambini, tanto più che all'interno ci sono anche un nido e un parco giochi, oltre a una comunità per il recupero di tossicodipendenti, alla quale è stato affidato lo storico edificio in comodato d'uso. Ma da salotto verde del quartiere, Villa Chigi si è trasformata con il passare del tempo in luogo al centro di polemiche e proteste da parte di chi vorrebbe usarlo e non può. Oppure da chi è costretto a scegliere altri parchi del II Municipio (Villa Ada, via Panama, Villa Lazzaroni, Villa Torlonia), tenute decisamente meglio anche se non completamente esenti da problemi. Da anni - dopo l'inaugurazione di un'area dedicata ai più piccoli seguita a quella della metro B1, con la stazione Libia a due passi - gli abitanti della zona denunciano lo stato di abbandono del parco e la sporcizia. Le scritte sui muretti d'epoca, gli episodi di vandalismo (dagli arredi divelti alla targa in memoria dell'attivista di estrema destra Paolo Di Nella - fatta mettere quando il sindaco era Walter Veltroni - spaccata una notte di tre anni fa). Segnalazioni cadute nel vuoto. Anche ieri, ad esempio, i cestini dei rifiuti erano strapieni di rifiuti di ogni genere e bottiglie di birra vuote campeggiavano sulle scalinate che portano alle terrazze sopraelevate della villa. «È tutto inutile, anche perché nonostante il giardino chiuda al tramonto, non di rado gruppi di giovani, italiani e stranieri, riescono a oltrepassare le recinzioni», conferma un anziano residente di via Niccolò Piccinni, proprio a ridosso della villa. Dopo quasi due secoli di mancato utilizzo dell'area, alla fine degli anni Settanta il Comune espropriò il terreno per destinarlo a parco pubblico, restaurandolo poi nel 2003 e più di recente negli anni scorsi. Ma non è bastato. La fontana di Chigi è abbandonata e secca come tutto il resto. Un monumento al degrado, come anche le panchine e le recinzioni in legno danneggiate e mai riparate, l'area pic-nic pulita di rado, con i resti di pranzi e cene presenti sui tavoli di legno, accompagnati dalle immancabili bottiglie. Già dal cancello in fondo a viale Somalia si capisce che il giardino vive un altro momento difficile: nasone circondato da fango e immondizia di ogni genere. La scena si ripete anche in altri punti del parco. E le mamme che ci portano i bambini sono pronte alla protesta. Come già fecero l'anno scorso poche centinaia di metri oltre il cancello principale, quando un pino si schiantò su un'auto in sosta, vuota ma con i seggiolini per i più piccoli, davanti alla scuola elementare «Contardo Ferrini» in via di Villa Chigi.