Mottola Molfino: ma va armonizzata con la trasformazione urbanistica «Milano possiede il più ricco agglomerato di musei pubblici e privati che esista in Italia, una varietà tale per cui una piccola casa museo privata come il Poldi Pezzoli convive con Brera, la più grande Pinacoteca nazionale d'Italia. Ma poi basti pensare all'unicità del Castello Sforzesco con una diversità di collezioni che va dalla raccolta egizia agli strumenti musicali. E infine ci sono i nuovi nati come il museo del Novecento, lo spazio per la Pietà Rondanini, il Mudec». Il cuore della storica d'arte Alessandra Mottola Molfino batte ancora forte per le collezioni milanesi che ben conosce essendo stata direttore centrale della Cultura del Comune, nonché per 25 anni direttrice del Poldi Pezzoli. Eppure ci sono anche punti deboli. Per esempio si è sempre stigmatizzata la loro scarsa sinergia, il fatto che non siano riusciti a offrire di Milano l'immagine di una città d'arte, schiacciata invece sulla finanza, il business, il design e la moda «È vero, ma non è più così. Grazie allo stimolo di Expo e alle politiche dell'assessorato alla Cultura si sono cominciate a fare molte cose insieme. La percezione di Milano città d'arte sta facendosi strada. Anche adesso, per far onore alla conferenza Icom, tutti i musei hanno creato un evento o una mostra. Hanno dato il massimo». Proprio nell'ultima giornata di Icom, il 9 luglio, l'assemblea approverà la «Dichiarazione di Milano». Di che cosa si tratta? «È un documento su cui stiamo lavorando da un anno e che propone le nuove linee guida per i musei messe a punto da noi italiani. Un nuovo approccio alla tutela dei beni culturali che chiede a tutti i musei del mondo di diventare presidi territoriali per la tutela dell'intero patrimonio culturale, che vuol dire non solo musei, ma anche pensieri, paesaggi, biblioteche, archivi, tutta la cultura di un territorio. Un modello di tutela che, in Italia, possa superare l'attuale contrapposizione di competenze fra Stato e Regioni». Il modello auspicato dalla «Dichiarazione di Milano» sembra lontano dal modo di lavorare dei musei milanesi. «Quello che manca a Milano è la relazione tra i musei e le politiche di trasformazione urbanistiche della città. I circa trenta musei cittadini devono preoccuparsi di diventare tutti insieme presidi della valorizzazione dei patrimoni culturali che compongono la città. Quando ero direttore centrale della Cultura avevo pensato il Mudec proprio con questa vocazione. Era nato come punto di riferimento delle tante culture che vivono a Milano. Per esempio dovrebbe essere il luogo dove ospitare un festival del cinema africano o celebrare il Capodanno cinese. I musei non possono rimanere isolati, torri d'avorio separate dalla tutela del paesaggio culturale in cui operano». Oltre al Mudec, in che modo anche gli altri musei potrebbero lavorare in questa direzione? «Al Castello c'è un patrimonio immenso di reperti, abiti, foto, oggetti che appartengono all'identità della città. E anche Brera ha una storia che è tutt'uno con la storia cittadina. I musei non devono solo conservare oggetti. Il loro nuovo compito è aiutare a far crescere la comunità dei cittadini. Devono avere voce in capitolo nel governo del territorio, ed essere ascoltati nei piani di cambiamento della città».