Il «Rapporto Symbola» 2016, redatto annualmente dall'omonima Fondazione per misurare la diffusione e l'incidenza delle iniziative culturali nel Paese, dice che le Marche sono la «prima regione in Italia per spesa turistico-culturale», cioè, quella che investe di più in mostre, promozione della storia del territorio o festival. Ma sarebbe riduttivo parlare solo di fondi destinati ai concerti o ai restauri: nel caso delle Marche, ormai da anni, fare cultura è anche credere in qualcosa di impalpabile, difficile da introdurre in un documento burocratico e, va da sé, non facile da coltivare con costanza. Qualcosa che richiede lungimiranza e superamento delle diffidenze provinciali: il racconto della propria storia in rete. A chi frequenta social network come Twitter o Instagram sarà di certo capitato di incrociare un hashtag popolare come destinazionemarche, che in sé reca non solo un consiglio turistico (il Conero, l'abbazia di Fiastra e così via) ma che include un messaggio preciso: questo posto è una destinazione, quasi un destino, un punto d'arrivo. E, sotto questo ombrello, la mostra sul Cinquecento convive insieme al percorso naturalistico, in un concetto «allargato» di bellezza capace di fare rete. Ecco, le Marche puntano sulle alleanze (come Recanati e Pesaro: entrambe si appoggiano nella promozione), ma anche su una diffusione della cultura spigliata e divertente (tanti sono i booksbloggers come la giovane Giulia Ciarapica alias «La Mela Marcia», attivissima pure sui «social», infaticabile promotrice di novità librarie) e su una familiarità con il passato che, alla fine, rende accessibile a tutti anche uno dei filosofi più complessi e difficili mai nati in Italia, Giacomo Leopardi. Un' Infinito che si lascia raccontare, anche sorridendo.