Anish Kapoor è l'artista al quale è stata commissionata la stazione della metropolitana di Monte Sant'Angelo: «Un lavoro ultimato una decina di anni fa, in parte già pagato, che ora langue in una situazione a dir poco assurda. Una parte delle opere è a Pozzuoli, un'altra nella fabbrica tedesca che attende di essere pagata». «A Napoli mi sento a casa. È una città così simile alla mia Bombay, o Mumbai se preferite, come la chiamano oggi in contrasto con la precedente denominazione coloniale. Ricca di storia, di contraddizioni fra vecchio e nuovo, fra ricchezza ed estrema povertà. E poi il mare, la gente cordiale e brulicante, con unattitudine naturale al caos creativo e un tratto comune, qui ancor più evidente che in India, ovvero una naturale allergia al riconoscimento di unautorità superiore. Una sorta di insofferenza a essere guidati e comandati dallalto, che in alcuni casi si trasforma in vera e propria intolleranza a essere governati». Seduto al tavolo di un ristorante di via Partenope, l'artista angloindiano Anish Kapoor parla volentieri del suo rapporto forte con la città del Golfo, dove espose per la prima volta nel 2000 il suo celebre «Taratantara», una sorta di gigantesco papillon rosso aperto sui due estremi, collocato in un lato di piazza Plebiscito. Eppure insieme ai tanti e felici eventi espositivi seguiti a quella istallazione c'è un grande buco nero e non di quelli intorno ai quali generalmente lei realizza le sue opere. «È vero, si riferisce al lavoro fatto per i due ingressi della metropolitana di Monte Sant'Angelo, quello in acciaio corten per l'accesso interno all'università e quello in alluminio previsto per l'uscita di Rione Traiano. Un lavoro commissionato nel 2003, ultimato una decina di anni fa, in parte già pagato, che ora langue in una situazione a dir poco assurda». Dove sono finite le due grandi sculture, pensate come morbidi cuscini bucati al centro e pronti ad accogliere i viaggiatori al loro interno? «La prima è abbandonata in pezzi sul molo caligoliano a Pozzuoli, l'altra è ancora nella fabbrica tedesca che l'ha realizzata, in attesa di essere saldata dallente richiedente». Non le viene voglia di andarla a riprendere e caso mai montarla altrove? «Certo la tentazione c'è, ma quella spiaggiata a Pozzuoli è ormai di proprietà della Regione e quindi l'unico modo per riappropriarsene sarebbe quello di appellarsi giuridicamente a un passaggio del contratto che prevede il suo montaggio nella sede a cui è destinata. Cosa che invece non è accaduta. Ma significherebbe fare causa e dichiarare una guerra alle istituzioni napoletane, cosa che non è nelle mie intenzioni. Per ora preferisco attendere ancora un po', anche se c'è il rischio che il corten così ammassato possa assumere colorazioni disomogenee difformi dall'idea originaria del progetto». Come spiega quello che è accaduto? «Non credo che sia un problema economico. Quella stazione nel suo complesso costa 17 milioni di euro, una bella cifra, ma di soldi già stanziati (e in parte spesi) e comunque non irraggiungibile per un ente pubblico. Credo piuttosto che sia un problema soprattutto politico. Quel progetto l'ha chiesto la sinistra, bene allora noi che subentriamo siamo di destra e lo blocchiamo. Solo che ora ho saputo che c'è di nuovo la sinistra al governo della Campania, ma ancora non ho ricevuto alcun segnale. Dopo la mia lettera al Corriere della Sera di due anni fa in cui denunciavo l'accaduto, l'allora assessore ai trasporti mi assicurò che sarebbe intervenuto, ma sono ancora qui ad aspettare». Come giudica questa vicenda e sarebbe possibile qualcosa di simile in Gran Bretagna o altrove? «Penso che sia un vero peccato, uno spreco assurdo, pagare un'opera così imponente, alta 12 metri e lunga 40, e poi non utilizzarla. Da noi è diverso, è difficile ricevere il finanziamento, ma una volta ottenuto e realizzato l'oggetto dello stesso, lo si utilizza e come. È un fatto di pragmatismo e di ottimizzazione delle risorse». Allora viva l'Inghilterra! «Non direi proprio. In queste ultime ore sto decidendo se chiederò asilo a Napoli o alla Scozia. Perché non riesco a sopportare l'idea di quel che è successo con Brexit. Siamo in un mondo sempre più globalizzato, economicamente e culturalmente e i vecchi inglesi che fanno? Ci cacciano dall'Europa. Una vergogna, in cui c'è un'idea superatissima di economia protetta che ci riporta a un lontano passato, ma soprattutto a un atto di egoismo e di sfida ai più giovani ai quali negare un futuro di integrazione a cui ormai sono abituati da anni». E a Napoli non teme che possano ripetersi episodi come quello di Monte Sant'Angelo? «Non lo so. Ma so che questa vicenda non va assolutamente confusa con il mio amore per la città e per la gente, non a caso, quasi ogni anno vengo a Capri e ogni volta mi fermo a Napoli e me la godo. E comunque le altre esperienze fatte, dalla mostra del Museo Archeologico del 2003, all'acquisizione da parte del Madre nel 2007 di Dark brother (quel tappeto scuro steso a terra che galleggia fra pieno e vuoto, ndr) e infine nel 2013 l'opera esposta per l'apertura della galleria Casamadre, sono tutte conferme che qui si può lavorare e bene». E la mostra che inaugura stasera (19.30) proprio nella galleria diretta da Eduardo Cicelyn? «Si colloca su questa scia virtuosa e comprende un ciclo di sei sculture e quattro disegni. Con al centro l'idea della rotazione intorno ad una spatola che crea piatti, forme botaniche e rocchetti in cera, o opere in silicone e pigmento rosso come Keriah 2 , o infine il grande specchio dellultima sala, l'Alluminium Mirror , ed il suo gioco ambiguo fra superfice concava e convessa».