Quasi volesse lamentarsi, il 25 maggio scorso, cioè all'alba del primo giorno senza di lei, il Lungarno si è lacerato poco a monte della casa in cui Paola Barocchi era appena scomparsa: lo stesso, antico palazzo del Lungarno Guicciardini in cui era nata, il 2 aprile del 1927. Tra i più importanti storici dell'arte del Novecento, la professoressa Barocchi era legata a Firenze da un rapporto viscerale, e insieme coltissimo: «Io vengo da una famiglia di orafi ha raccontato di sé in una rara intervista concessa al Getty Center for the History of Art di Los Angeles, da cui traggo anche le prossime citazioni La mia famiglia ha avuto per molti anni un negozio di oreficeria sul Ponte Vecchio. Mio nonno, mio padre, e mio fratello ci sono stati per circa un secolo. E quindi la mia infanzia è passata nel toccare gli oggetti, e questo credo che sia molto importante. Quindi questo esercizio mi ha sempre portata a dare all'oggetto una sua individualità, a collocarlo nel tempo, a collocarlo nelle sue connotazioni ovviamente materiche e stilistiche». Così, nella Firenze dei primi anni cinquanta la Firenze ancora di Bernard Berenson, ma già di Roberto Longhi , un'altissima, secolare tradizione artistica diventava capacità di fare storia dell'arte. Una storia dell'arte concreta, e insieme straordinariamente raffinata: capace di misurare, come un termometro secolare, ogni oscillazione del nostro modo di leggere, e dunque di tradurre in parole, i valori delle forme e degli oggetti. Dal 1958 al 1968 professore a Lecce, e poi prima donna ordinaria alla Scuola Normale di Pisa, professionalmente Paola Barocchi ha visto Firenze «col cannocchiale, cioè da lontano. E cioè vedendone tutti pregi e tutti i difetti». Una distanza che era vissuta come una fortuna: «perché Firenze, come Vasari ben sapeva, può essere una città che chiude, può essere una città che vincola, che non fa desiderare di andare altrove, che può creare una certa prosopopea». Questo amore per Firenze non fu mai astratto, o cerebrale: aveva una sua ineffabile tenerezza, sgorgata dallo scoppio dei ponti del terribile agosto del 1944, e poi coltivata quasi per medicare una città «ferita, molto ferita: perché è una Firenze che ha vissuto nei calcinacci per molti anni, una Firenze che doveva prendere delle decisioni notevoli da tutti i punti di vista, perché l'urbanistica della città poteva essere estremamente alterata». Nella Firenze di Piero Calamandrei (con cui si era laureato il cognato della Barocchi, Giovanni Nencioni) la ricostruzione del Ponte a Santa Trinita era divenuta il simbolo di una fedeltà sapiente, che sapeva trarre dal passato gli strumenti per costruire il futuro: «evidentemente per noi non si poteva pensare a una sostituzione di quel ponte, perché quel ponte è una chiave di interpretazione di tutto un paesaggio, e di tutto un nesso cittadino che ci sembrava impossibile dover sostituire, poter sostituire. Ecco. E io ho seguito la ricostruzione del ponte di Santa Trinità direi pezzo per pezzo, con la macchina fotografica, proprio perché mi interessava naturalmente la ripresa di quella tecnica antica perché il ponte di Santa Trinita fu ricostruito nella stessa tecnica originaria e quindi poterlo veder nascere, diciamo così, pezzo pezzo». E fa una certa impressione la scoperta, dovuta a studi recenti, che Palazzo Capponi Barocchi, dal cui terrazzo la giovane Paola scrutava la rinascita del Ponte, era appartenuto, quattro secoli prima, proprio all'architetto che il ponte l'aveva creato: Bartolomeo Ammannati, che vi visse per vent'anni con sua moglie, la poetessa Laura Battiferri. Mentre Firenze, e l'Italia, ricostruivano monumenti e democrazia, la consapevolezza della straordinaria misura del rapporto tra città e paesaggio si era trasformata presto nella consapevolezza del «valore civile dell'arte». Paola Barocchi si è sempre tenuta a distanza dalla politica, ma amava lodare «l'amministrazione comunista molto valida» di Mario Fabiani, e ricordare con complicità lo spirito profetico di «questo omino curiosissimo che era Giorgio La Pira, che con le sue affermazioni volutamente quasi infantili dava la percezione di poter vedere le cose in tanti modi». Dopo aver dato un contributo decisivo alle mostre medicee del 1980, curando quella memorabile in Palazzo Vecchio, Paola Barocchi ha dedicato ricerche decennali alla storia degli Uffizi e delle collezioni medicee. Per questo accettò di far pare della commissione scientifica che doveva progettare i Grandi Uffizi: ma quando si accorse che «si pensava a scadenze politiche», e dunque «si ricorreva a decisioni affrettate», dette subito le dimissioni: perché «il riordinamento degli Uffizi rappresenta una responsabilità culturale enorme per tutto il Paese». E quando, nel 2009, un ministro strumentalizzò il suo adorato Michelangelo attraverso l'acquisto pubblico di un certo crocifisso ligneo a lui attribuito, scrisse che l'attribuzione era «inaccettabile», il gesto «del tutto propagandistico», e «risibili» le «iniziative di accreditamento e di omaggio in Italia e all'estero». Quel rigore e quella misura abitano ancora nella casa a Santa Trinita, in cui oggi vive la fondazione Memofonte, che Paola Barocchi ha creato, e ora ha lasciato erede universale, perché continui a fare la cosa che ella ha saputo far meglio: formare giovani storici dell'arte dotati della qualità che forse amava di più, «la fantasia: la fantasia dei modi di vedere».