PRANZO con vista sul tempio di Nettuno a Paestum: ristorante di proprietà pubblica, intestato ancora al Comune. E' fittato con uno sconto del 90 per cento alla moglie del sindaco. Al posto della lavanderia, senza autorizzazione, è stata ricavata anche la «residenza privata » di primo cittadino e consorte. Casa, famiglia e impresa: così Italo Voza, il sindaco del Comune dove si trova la località archeologica, riconosciuta dal 1998 patrimonio mondiale dell'Unesco, finisce nel mirino della Procura della Corte dei conti. Inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Ferruccio Capalbo che rientra nel filone degli sprechi sui beni culturali campani: dopo la condanna per la biblioteca dei Girolamini, le inchieste aperte su Reggia di Caserta e Villa Pignatelli, la magistratura contabile vira anche su Paestum. E ieri sono stati notificati dalla Guardia di finanza di Agropoli richieste di risarcimento per 735 mila euro. Danno alle casse del Comune di Capaccio: 435 mila euro il risarcimento chiesto a Voza, i restanti 300 mila euro a 5 tra funzionari e dirigenti del Municipio e dell'ente morale "per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno". Scrive agli atti il pm Capalbo: «Il fatto che l'attuale sindaco di Capaccio, Italo Voza, in carica dal 2012, già vice sindaco dal 2004 al 2006, è il coniuge della titolare della società intestataria del contratto di locazione, dove risiede con la stessa moglie, rende la vicenda ancora più allarmante e gravemente lesiva della fiducia nutrita nei confronti delle istituzioni». Operazione Nettuno, i finanzieri hanno denominato così l'indagine partita dal 2014 sulla società di ristorazione "Nettuno srl". Un'azienda nelle mani per il 95 per cento di Maria Giuseppa Pisani, moglie del sindaco, e per il 5 per cento di Ottavio Voza, il figlio. È la società che «senza aver vinto alcuna gara pubblica» ha ricevuto in fitto un complesso immobiliare di tre piani che sorge di fianco all'area archeologica di Paestum. Un contratto di fitto «più volte rinnovato nel tempo », l'ultimo nel 2006 con scadenza nel 2026: canone mensile di mille euro a fronte del valore di mercato di 9.941,66. Per contratto «l'immobile viene fittato per esclusiva destinazione a posto di ristoro». Ma dagli accertamenti al catasto i finanzieri scoprono una porzione ad uso abitativo che è stata ricavata dal 2011: «un cambio di destinazione d'uso si legge agli atti mai autorizzato nè dalla soprintendenza archeologica nè dal Comune». Non solo. Alcuni interventi sull'immobile sono stati contestati come «abusivi». Negli anni sono state anche emanate ordinanze di demolizione, riconosciute davanti al Tar, «ancora pienamente efficaci» per la Corte, ma mai eseguite dal Comune. «Nonostante l'ordinanza scrive il pm Capalbo il responsabile dell'ufficio tecnico comunale ha proseguito in una condotta di disinteresse, resa ancora più grave dalla circostanza che a quella data il vice sindaco era Italo Voza». Per la mancata demolizione delle opere abusive un funzionario e lo stesso sindaco Voza risultano coinvolti in un procedimento penale presso la Procura di Salerno. E si perde nelle nebbie della burocrazia la proprietà effettiva dell'immobile. Che formalmente risulta ancora in capo al Comune. Acquistato nel 1931, il podestà di allora pensò di donarlo l'anno dopo all'ente morale per gli scavi di Paestum ma il passaggio di fatto non è mai avvenuto. Nel 2009 risulta ancora in capo al Comune. Ci sarebbe una voltura successiva, in favore dell'ente. Ma i finanzieri non l'hanno trovata: «copia dispersa» all'agenzia delle entrate. Si sa però che è stata predisposta da un tecnico: «Carmine Voza, il fratello del sindaco».