FRANCO NOERO, una nuova galleria ancora a Torino: allora ci crede in questa città? «Sì, ci credo. Vedo segnali straordinari, nonostante manchino fondi e non ci sia forse una volontà forte nel settore pubblico. Ma le potenzialità sono straordinarie. Basti pensare alle mostre allestite oggi nei musei torinesi, come quella di Giovanni Anselmo al Castello di Rivoli. Ci sono segnali importanti, credo che Torino per l'arte contemporanea sia tuttora una macchina da guerra». Non ha avuto la tentazione di aprire il secondo spazio altrove, magari a Milano o a Londra? «Guardi, quando ho avuto l'occasione di raddoppiare non ho avuto troppe esitazioni: avevo le idee chiare su quello che volevo fare, volevo restare qui perché questa è una città che mi ha dato tanto. E poi gli artisti con cui lavoro sono felici di venire a Torino, perché tra l'altro vi si lavora bene». La nuova Galleria è collocata sopra il Cambio, che ospita diverse opere di suoi artisti, da Arturo Herrera a Pablo Bronstein e Martino Gamper: ci sarà un collegamento con il ristorante? «Siamo nello stesso palazzo, nient'altro. C'è però una vicinanza che farà bene a entrambi, si lavorerà per osmosi. Quando si è ristrutturato il Cambio, la proprietà ha commissionato lavori che sono diventati permanenti e hanno costruito il "volto" del ristorante. Ma non ci sono solo i miei artisti, Michelangelo Pistoletto per esempio non è legato alla mia galleria». Non teme le difficoltà del momento, che si riflettono anche sul mondo dell'arte? «Il momento è difficile, ma la crisi economica e morale non riguarda certo solo Torino e l'Italia: è tutto complicato, ma le possibilità sono molte. Il fatto di avere aperto un nuovo spazio in città è legato alla volontà profonda di fare e costruire cose importanti con le forze di qui, che poi magari si possano esportare. Non dimentichiamo che a Torino è nato il più potente movimento artistico del dopoguerra, l'Arte Povera, e che molti suoi rappresentanti vivono ancora qui, penso proprio ad Anselmo, a Giuseppe Penone e ad altri. Sono artisti che, come ho visto in questi giorni durante la fiera di Basilea, continuano a suscitare interesse. Poi ci sono le collezioni private, alcune più recenti, che rappresentano un altro elemento di forza della città». Che cosa farà nel nuovo spazio in piazza Carignano? «Tre mostre all'anno, che dureranno circa quattro mesi l'una. La mostra di Baumgarten, con cui ho inaugurato, corona la sua carriera: proprio per la sua complessità deve avere una certa durata, chiuderà infatti solo a metà ottobre. È una retrospettiva nata da una conversazione del 2012 con l'artista, fortemente voluta da noi e amata da lui. La prossima esposizione, durante Artissima, sarà dedicata al fotografo americano Robert Mapplethorpe ». Come sta il Castello di Rivoli? «Continua a essere un punto di riferimento: sono convinto che abbia la possibilità di riposizionarsi in modo forte, anche a livello internazionale, soprattutto se farà sistema con le altre forze, come le fondazioni Sandretto e Merz: l'importante è non disperdere le energie, che ci sono e vanno incoraggiate, e collaborare, altrimenti diventa impossibile costruire».